Uno sparo nella notte, e un bigliettino, presunto, sul quale ci sarebbe stato scritto “ho perso la strada”.
Secondo gli organi di stampa, si sarebbe chiusa così la parabola del generale Claudio Graziano, già presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea (CEUM), l’organismo militare che risponde all’UE.
Graziano era a tali poteri che rispondeva.
Era un fedelissimo delle istituzioni comunitarie, tanto che sono rimaste impresse nell’immaginario collettivo le sue foto di servile riverenza verso l’ex presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean Claude Juncker, noto per i suoi problemi alcolici, e oggi sparito completamente dai radar.

L’inchino di Graziano a Juncker
Graziano, semplicemente, apparteneva a quel grumo italiano ed europeo del cosiddetto stato profondo, una vera e propria struttura parallela che ormai governa da tempo le varie democrazie liberali, e dove a farla da padrone sono questi circoli di eletti, composti da vari club come l’ISPI e il club di Cernobbio, nel caso italiano, senza ovviamente dimenticare la ubiqua massoneria, necessaria porta di ingresso per entrare in ognuno di questi centri del potere privilegiato.
Il nome di Graziano è però ricordato per un’altra vicenda più recente, che ancora oggi non è stata affrontata dalla stampa italiana, se non per scrivere degli articoli preconfezionati nel maldestro tentativo di liquidare la faccenda come “complottismo”.
Le origini del Leonardogate
E’ la vicenda del cosiddetto Leonardogate, lo scandalo che vide direttamente accusata la società leader nel settore aerospaziale italiano, la Leonardo, legata a doppio filo a vari fondi di proprietà di BlackRock, e con una forte presenza dei servizi segreti angloamericani e dell’immancabile Mossad.
Leonardo è più che un altro centro di interessi dell’anglosfera e dello stato di Israele, con il governo italiano che veste la parte del comprimario a fronte di un 30% di azioni di proprietà del ministero dell’Economia, e con il restante 70% nelle mani di attori non italiani.

La sede di Leonardo a Roma
Secondo diverse fonti di intelligence italiane e americane, la tecnologia di Leonardo sarebbe stata semplicemente decisiva per eseguire una massiccia frode internazionale, uno spostamento di voti dal presidente uscente, Donald Trump, al debole candidato democratico, Joe Biden, che riuscì ad aggiudicarsi la corsa presidenziale solo grazie a tali manovre.
Biden aveva infatti già perso, e a nulla valsero i voti postali di persone decedute anni prima depositati nelle urne a tempo scaduto pur di provare a fargli recuperare lo svantaggio enorme che aveva nei confronti del presidente degli Stati Uniti.
Si erano già riuniti nei mesi precedenti diversi esponenti di multinazionali americane, come il cuore pulsante della finanza anglosionista di Wall Street, schierato tutto contro Trump, assieme ad altri rappresentanti del cosiddetto Big Tech, quel settore delle reti sociali gestite da Jack Dorsey, ex amministratore delegato di Twitter, oggi X, e Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, vicinissimo alla CIA sin dai primi anni della sua carriera da imprenditore informatico.
Il golpe era stato progettato in ogni minimo dettaglio.
C’è stata una vasta partecipazione in esso di diversi settori delle istituzioni americane, a partire dalla Corte Suprema e dalle magistrature locali e federali che si rifiutarono di perseguire l’evidente broglio, a differenza di quanto sta accadendo ora nella contea di Fulton, dove l’FBI ha proceduto a sequestrare diverse urne.
Trump sapeva quello che stavano tramando i suoi nemici.
Il broglio non è piovuto dal cielo senza che la presidenza prendesse le dovute contromisure, tra le quali c’era quella dell’ordine esecutivo 13848, che sanzionava le interferenze sulle elezioni americane, non certo però quelle inesistenti della Russia, ma quelle di quei governi europei che volevano a tutti i costi rovesciare quell’amministrazione che stava mettendo fine a 70 anni di politiche Euro-Atlantiche e di supremazia di un impero globocratico a guardia della famigerata governance globale.
Il passaggio dall’amministrazione Trump a quella di Joe Biden non è riuscito, come visto, a riportare in vita l’ordine precedente, fino ad arrivare al recente annuncio del presidente Trump della nullità di quasi tutti gli ordini presidenziali di Biden, segno che quell’amministrazione era del tutto anomala, quasi commissariata, vista la sua inefficacia di ripristinare il vecchio ordine atlantico.
Nel 2020 però ci fu una vasta cospirazione, che oltre a vedere una frode interna eseguita soprattutto attraverso la manipolazione del voto postale, vide il diretto coinvolgimento del governo giallorosso di Giuseppe Conte che, secondo le citate fonti di intelligence, avrebbe dato il suo placet a Leonardo e all’uso della sua tecnologia satellitare per spostare i voti da una parte, quella di Trump, all’altra, quella di Biden.
Gli uomini chiave della frode elettorale
Il generale Graziano sarebbe stato un elemento a dir poco chiave dell’intera operazione.
La notte del 3 novembre del 2020 risultava essere via Veneto, sede dell’ambasciata americana, nella quale il militare di alto grado avrebbe diretto ogni passaggio del broglio cibernetico, sotto l’assistenza dell’allora ambasciatore, Lewis Eisenberg, uomo d’affari molto vicino alla lobby sionista, una delle più interessate a rimuovere Trump, data la sua riluttanza a sostenere le varie guerre scatenate da Israele nel Medio Oriente.

Lewis Eiseberg
Di Eisenberg si persero presto le tracce dopo il 2020.
L’ex ambasciatore si è visto pochissimo in pubblico dopo la fine del suo mandato a Roma, non molto differentemente da un altro personaggio di spicco dell’intelligence americana come Gina Haspel, allora direttore della CIA, e sparita completamente dai radar dopo diverse accuse di infedeltà verso l’amministrazione di Donald Trump.
Dopo la frode elettorale, via Veneto inoltre resta vuota, priva di un ambasciatore per due anni e sette mesi, un periodo nel quale ci sarà solo un incaricato d’affari ad agire da tramite tra Washington e Roma.
I quotidiani italiani parlarono di “mistero”, senza ovviamente citare l’ipotesi proibita, ovvero quella che gli Stati Uniti avessero voluto interrompere unilateralmente i rapporti con l’Italia dopo la partecipazione del governo italiano al golpe elettorale del 2020.
Ambasciatori perciò che dopo il 2020 sparirono e non si videro più, non sostituiti da nessuno fino ad arrivare ad una totale freddezza tra le due diplomazie, quella americana e quella italiana, quasi a voler suggerire che dietro le quinte siano state eseguite delle accurate indagini sulla frode del 2020 e sui suoi protagonisti.
A Roma, sono arrivati diversi messaggi da parte dell’amministrazione americana ai vari responsabili del golpe che ora sono affetti da inquietudine e incertezza sul loro futuro.
Graziano probabilmente era uno degli uomini di questi ambienti che era convinto che dopo il 3 novembre ogni cosa sarebbe tornata al suo posto.
Il Leonardogate era stato concepito dai suoi architetti per riportare a Washington un interlocutore del vecchio ordine, qualcuno in grado di ripristinare quel rapporto di dipendenza che vede l’Unione europea legata alle sorti dell’impero americano.
Quella notte ci fu il coinvolgimento di diversi soggetti nel broglio, eseguito in prima persona da un famigerato hacker di professione come Arturo D’Elia, già arrestato per altri reati informatici in passato e vicinissimo a Gladio, la rete clandestina della NATO, al centro della strategia della tensione e delle varie trame eversive del secondo dopoguerra.
L’apparato si era messo in moto e aveva colpito, senza però riuscire a riportare in vita il vecchio status quo, ma Graziano ha continuato a rivestire un ruolo di assoluto rilievo nell’establishment italiano.
Il generale venne infatti nominato ai vertici di Fincantieri nel maggio del 2022 su decisione del governo di Mario Draghi che voleva apparentemente ricompensare il militare per i “servizi resi”.
L’improvvisa morte e il buio sulla dinamica del “suicidio”
Il 17 giugno del 2024 arriva però il fulmine a ciel sereno.
Graziano si sarebbe sparato, anche se non si né come e con quale arma.
Secondo le laconiche agenzie di stampa, il generale si sarebbe appunto tolto la vita per questa presunta depressione insorta dopo la scomparsa della moglie, nonostante i vari colleghi e persone che avevano collaborato con lui non notarono mai nulla del genere.
Ignota come si diceva il tipo di pistola utilizzata, se espelleva o meno dei bossoli, e dove sia stata ritrovata.
La stampa ha parlato di questo presunto bigliettino, ma ha trascurato l’intera dinamica della scena del delitto, senza chiedersi come mai Graziano si sia tolto improvvisamente la vita, e se davvero il generale si è sparato da solo.
Sconosciuti anche gli esiti della perizia balistica, ammesso che siano stati fatti, così come quelli dell’autopsia sul corpo di Graziano che, se ben eseguita, certamente avrebbe potuto rivelare molti dettagli preziosi sulle ultime ore del militare.
L’ex presidente del CEUM viveva in un appartamento non distante dal rione Celio, nel cuore di Roma, a due passi dal Colosseo, e nei pressi del policlinico militare.

L’ospedale Celio a Roma
Alla sua protezione provvedeva un carabiniere che, secondo quanto riferito dai media, si sarebbe messo in allarme dopo che Graziano non aveva risposto alle telefonate dell’uomo dell’Arma.
Il carabiniere sarebbe così entrato nella stanza del suo appartamento attraverso un doppione delle chiavi, e avrebbe rinvenuto il cadavere dell’ex presidente di Fincantieri, ma oltre a questo, nulla si sa sulle effettive circostanze della morte del generale, né se effettivamente c’era davvero fisicamente un bigliettino in quella stanza.
Sulla sua esistenza, i militari del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Roma, non si sono espressi, senza alcuna conferma o smentita.
La storia del bigliettino di addio è più che altro una narrazione giornalistica di alcuni media che sembravano più interessati a somministrare all’opinione pubblica una versione di comodo già pronta, senza soffermarsi troppo sulle circostanze anomale di questa morte, alle quali è stato dato pochissimo spazio nei vari articoli, a differenza invece dei commenti, spesso superflui e di circostanza, dei vari politici italiani, che ovviamente non hanno sollevato alcun dubbio sul “suicidio”.
Uscì così di scena un testimone privilegiato del Leonardogate e del golpe contro Trump, e forse proprio la tempistica della morte può aiutare a capire meglio chi abbia voluto un eventuale delitto eccellente.
Il generale muore pochi mesi prima del ritorno ufficiale di Donald Trump, impegnato allora in una campagna elettorale serrata, senza che ci fosse stavolta la reale possibilità di rovesciare l’esito elettorale, visto che dopo il 2020, i vari stati americani si sono adoperati per proibire il voto postale, tanto da suscitare la reazione di Lynn Forrester de Rothschild, moglie dello scomparso Evelyn, già proprietario dell’Economist, che decise di convocare una riunione d’emergenza alla quale presero parte vari alti esponenti della finanza e delle multinazionali americane per valutare eventuali contromisure.

Evelyn e Lynn de Rothschild
Graziano dunque è stato tolto di mezzo perché portava con sé troppi segreti inconfessabili e perché una sua eventuale testimonianza sarebbe potuta essere un disastro per molti personaggi dei servizi e della politica italiana?
Secondo fonti della stessa intelligence italiana, la risposta a questi interrogativi sarebbe affermativa, e l’eliminazione dell’alto militare sarebbe stata eseguita da mani molte esperte.
A Washington, sembrano comunque non aver dimenticato i colpi di mano dell’establishment italiano ai danni del presidente Trump.
Secondo fonti vicine all’amministrazione americana, il presidente considera le uscite della Meloni contro di lui come una diretta provocazione sollecitata dal Colle, il primo ad esprimere “solidarietà” al presidente del Consiglio nel corso dello scontro contro il capo di Stato americano.
Trump certamente conosce bene i vari scheletri negli armadi della politica italiana, e l’attacco del branco dello stato profondo italiano contro di lui sembra averlo dissuaso sulla necessità di un’accelerazione verso l’establishment italiano.
I dossier dello Spygate e del Leonardogate sono sempre lì, corposi e ricchi di particolari.
Particolari che rivelano tutta l’architettura delle trame “italiane” contro Donald Trump.
Se Graziano è stato ucciso per seppellire i suoi segreti, i fantasmi del Leonardogate non hanno comunque alcuna intenzione di andare via, soprattutto perché è stato lo stesso Trump a parlarne nuovamente sul social Truth e a dare precise istruzioni in merito al suo nuovo ambasciatore a Roma, Tilman Fertitta.
I vari golpisti della politica italiana saranno comunque chiamati a fare i conti la loro nemesi che si chiama Donald Trump.
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