Il cielo, la scorsa domenica, era terso a Washington, a differenza di quello che falsi bollettini meteorologici diramati per l’occasione dagli organi di stampa volevano far credere.
C’erano quella sera gli amici più cari di Trump, la sua famiglia e i membri della sua amministrazione radunati per festeggiare l’80° compleanno del presidente degli Stati Uniti.
Trump era raggiante, sereno, il volto soddisfatto di chi aveva da poco incassato una vittoria storica.
La crisi in Iran è finita.
Il presidente, alla fine, non ha eseguito nessun regime change a differenza di quello che voleva lo stato di Israele, a dir poco furioso per l’esito finale della crisi tanto da definire come “uno schiaffo in faccia” le parole di Trump.

Le dichiarazioni dei vari esponenti governativi israeliani contro Trump
Gli Stati Uniti consumano così quello che può essere definito come un vero e proprio divorzio dallo stato ebraico.
La politica delle guerre permanenti non esiste più, sostituita invece da quella di una potenza che si è fatta portatrice di pace, non più longa manus dello stato profondo di Washington e delle lobby sioniste che si sono servite della forza militare americana per mettere a ferro e fuoco il Medio Oriente.
Trump in questi giorni lo sta ricordando senza peli sulla lingua.
Il presidente sta ricordando a Israele che senza gli Stati Uniti Tel Aviv non sarebbe nemmeno sulla cartina geografica, visto che senza la protezione militare americana, il sionismo non sarebbe mai riuscito a costruire la sua entità territoriale in un luogo che non le apparteneva e che era ed è ostile ad essa.
Alla Casa Bianca, ci sono stati sin dal secondo dopoguerra dei garanti di tale ordine.
Si sono succeduti dei presidenti che si assicuravano di eseguire le direttive trasmesse dalla lobby sionista.
Il presidente Trump ha invece scelto una strada diversa.
Non quella della sottomissione coloniale a interessi esteri, ma quella del MAGA, il movimento del rendere di nuovo grande l’America, nato quando il candidato repubblicano discese i gradini delle scale mobili della Trump Tower.
Il divorzio tra l’America e Israele
Nella nuova agenda politica americana non c’è più posto per il tornaconto di altre potenze.
C’è in essa la bussola del sovranismo americano che mette al primo posto gli interessi nazionali anche se ciò comporta la rottura pubblica con lo storico “alleato” trattato con parole di amicizia in passato, disattese però da una politica estera che ha portato al graduale disimpegno militare americano dal Medio Oriente.
Oggi il presidente Trump nemmeno riserva più a Israele le dichiarazioni di circostanza.
Al G7 di Evian, arrivano dichiarazioni al vetriolo contro lo stato di Israele, colpevole di aver attaccato in maniera “malvagia” i civili libanesi.
Le dichiarazioni di Trump contro Israele
Gli osservatori più attenti avevano sicuramente tutti gli strumenti per capire sin dal principio che non c’era più posto per gli interessi israeliani nella politica americana.
Era sufficiente ascoltare le parole di Trump sulla necessità di chiudere le guerre permanenti in Medio Oriente per capirlo.
Il destinatario di quel messaggio non poteva essere altro che lo stato ebraico.
Ogni singola guerra, ogni singolo focolaio di destabilizzazione è stato accesso da Washington per conto di Tel Aviv e delle sue folli guerre imperialiste sempre alla ossessiva caccia della Grande Israele e del miraggio del moschiach, l’uomo che, secondo il sionismo messianico, un giorno si farà leader di Israele e del mondo intero attraverso la ricostruzione del Terzo Tempio.
Quei sogni di imperialismo si sono però dovuti scontrare inevitabilmente con la realtà.
Gli Stati Uniti hanno recuperato la loro dimensione autentica.
Sono passati da apparato al servizio di potenze e apparati stranieri a potenza su dimensione sovranista e nazionale.
Viene meno perciò il potere che nel secolo scorso, era in grado di imporre a presidenti come Woodrow Wilson di nominare un giudice della Corte Suprema, pena la rivelazione di un affare extraconiugale del presidente stesso.
Il gioco dei ricatti non funziona però con Trump, nonostante quel che ne dicesse il “buon” Marco Travaglio, alquanto silente in questi giorni sulla firma dell’accordo che ha smontato la sua tesi che voleva il presidente americano “ricattato” da Israele e costretto ad eseguire le sue volontà, mentre invece il tycoon ha completamente ignorato Tel Aviv.
Termina così la tensione permanente tra Washington e Teheran che non hanno rapporti diplomatici ufficiali dal 1979.
L’accordo porterà alla fine di ogni sanzione e alla restituzione dei fondi congelati dalle precedenti amministrazione ligie alla pressioni israeliane.
L’attentato sventato alla festa di Trump e la mano dell’UE
Il volto del presidente però non era sereno come la scorsa domenica a Washington.
Sin dalle prime battute, si era intuito che il comandante in capo americano aveva un profondo disagio, se non una vera e propria repulsione quando è dovuto sbarcare in Francia per avere dei colloqui con i vari “leader” europei del G7.
A Evian, è calato il gelo tra il capo di Stato americano e i capi di Stato e di governo come Macron, Meloni, Starmer e Merz.
Macron “confessa” a Zelensky di aver avuto una discussione “difficile” con Trump
Nonostante i tentativi di “ammorbidire” il presidente attraverso delle strette di mano e dei regali con delle magliette di calcio con il suo nome, Donald Trump non ha prestato la minima attenzione ai suoi interlocutori.
Ci sono probabilmente altre ragioni dietro una freddezza e un disgusto ancora più marcato del solito da parte del presidente americano.
Delle ragioni molto serie che hanno a che vedere direttamente con quanto accaduto la scorsa domenica, quando l’FBI ha scoperto un massiccio piano per uccidere Trump e i presenti alla sua festa attraverso un attacco di droni e cecchini.

Trump e la sua famiglia alla Casa Bianca il giorno del suo compleanno celebrato con un combattimento di arti marziali miste
Un attentato terroristico che se fosse riuscito avrebbe provocato una carneficina.
Sarebbe accaduto qualcosa di incredibilmente simile a quanto si è visto nella cinematografia hollywoodiana sulla falsariga della serie di Attacco al potere, dove la Casa Bianca viene assediata da un commando di terroristi nordcoreani e, dove, in un successivo capitolo il presidente subisce proprio un attacco di droni.
Secondo il bureau, il piano è stato vasto, tanto da portare ad un coinvolgimento nell’operazione di governi stranieri, anche se gli investigatori federali non hanno fornito troppi dettagli sulla dinamica dell’attentato terroristico.
La riunione di alto livello tenuta da Macron, Merz e Starmer
Sono però giunte in esclusiva a questo blog informazioni più precise sui mandanti di questo attentato.
Secondo fonti di intelligence di diversi Paesi balcanici, si sarebbe tenuta una riunione di altissimo livello nelle passate settimane tra il presidente francese, Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco, Merz, e il primo ministro britannico, Keir Starmer.
L’intelligence francese avrebbe gestito ogni minimo particolare della riunione, alla quale avrebbero preso parte alti ufficiali delle forze armate dei tre Paesi.
Nella trilaterale tra Francia, Germania e Regno Unito, si sarebbe concordata una vera e propria strategia dell’accerchiamento verso gli Stati Uniti di Donald Trump.

Da sinistra verso destra, Macron, Merz e Starmer
I governi europei sono pronti a tutto, mossi da una febbricitante disperazione che li sta portando a a giocarsi qualsiasi carta, senza farsi troppi scrupoli.
L’obiettivo delle cancelliere europee è solo uno.
Il bersaglio è il presidente degli Stati Uniti anche se ciò vuol dire eseguire una serie di attentati terroristici contro di lui e i vari membri della sua amministrazione.
Secondo le citate fonti, i tre leader politici avrebbero concordato un piano di azione da qui fino alla fine dell’anno che prevede una progressiva escalation del terrore, tramite una serie di attentati in serie, fino a quando non si sarà raggiunto l’obiettivo ultimo, ovvero la fine dell’amministrazione Trump.
Quegli strani messaggi comparsi sulla carta stampata nelle ultime settimane, nei quali si parla di animali da uccidere ai quali è stato affibbiato il nome di Trump, assumono così ancora più senso.
Sembra di essere tornati ai messaggi in codice che si leggevano sul quotidiano inglese The Guardian che l’8 febbraio del 2021 pubblicava un articolo, nel quale si dichiarava che era arrivato il tempo di fermare il presidente della Tanzania, Magufuli, che moriva appena un mese dopo in circostanze poco chiare.
C’è chiaramente una guerra permanente dell’Unione europea contro Donald Trump, iniziata non da oggi, ma sin dal primo giorno dell’avventura politica del presidente, quando i servizi segreti italiani misero in atto il famigerato Spygate assieme all’intelligence americana pur di sbarrare la strada al candidato repubblicano così come voleva l’ex presidente Obama, in cima alla lista nera del tycoon.
Trump e gli avvertimenti allo stato profondo italiano
Sulla lista nera di Trump, però risultano esserci proprio i servizi italiani.
Il presidente Trump sarebbe a dir poco furioso con Giorgia Meloni alla quale avrebbe fatto pervenire diversi messaggi negli ultimi mesi.
Secondo fonti vicine all’amministrazione americana, il capo di Stato americano avrebbe già espresso nei mesi passati tutto il suo disappunto verso Lady Aspen, accusata di recitare la parte dell’Arlecchino servitore dei due padroni, considerato il suo doppio gioco verso gli Stati Uniti e l’Unione europea.
Alcuni osservatori hanno parlato di una politica del doppio forno proprio per tale ragione, ma in realtà l’unico forno che ha ricevuto legna da parte della Meloni è stato quello dell’UE e del regime nazista ucraino, rifornito costantemente di armi e droni utilizzati da Kiev in molte occasioni contro civili russi.
Secondo fonti dei servizi europei, Trump avrebbe avuto ad Evian un’accesa discussione con la Meloni proprio per via di quanto è accaduto la scorsa domenica al suo 80° compleanno.

Trump e la Meloni ad Evian
Il presidente sarebbe stufo perché ogni volta che c’è una qualche camarilla ai suoi danni, puntuali si incontrano i servizi italiani ed europei che avrebbero messo a disposizione i droni per eseguire un attentato che, se fosse riuscito, avrebbe causato una strage.
L’ira di Trump si comprende per questo.
E’ stata superata una linea rossa, dalla quale non si tornerà indietro, e che vedrà alla fine uno dei contendenti cadere.
Gli Stati Uniti hanno scelto per il momento di non rivelare i veri mandanti dell’attentato fallito la domenica passata.
L’ufficio investigativo federale ha preferito parlare di un generico coinvolgimento di alcuni personaggi ostili all’AIPAC nell’attentato, per evitare una vera e propria rottura diplomatica con i “partner” europei che sfocerebbe in una dichiarazione di guerra aperta.
Il muro inseparabile tra UE e Stati Uniti
A separare l’Europa e gli Stati Uniti c’è ora un oceano persino più vasto dell’Atlantico.
C’è un oceano di diffidenze, di sospetti, di continue trame eversive e terroristiche contro una presidenza che non ha più alcuna intenzione di tenere in vita la “visione” della governance globale, alla quale invece vorrebbe restare aggrappata l’Unione europea.
Nei documenti pubblici della Casa Bianca, si trova perfettamente descritto il nuovo corso americano.
Secondo Washington, il futuro non è più di esclusivo possesso delle organizzazioni sovranazionali e di quei ristretti club come il Bilderberg o il forum di Davos, popolati da globalisti ansiosi di dominare il mondo.
IL futuro sarà un ritorno al passato.
A tornare sulla scena sarà il dimenticato e spogliato Stato nazionale, il vero esclusivo detentore della sovranità, che dal secondo dopoguerra in poi era stato accantonato, esautorato da ambienti mondialisti che lo hanno di fatto svuotato.
Gli Stati Uniti rifiutano così l’idea che la sovranità debba essere portata al di fuori dei confini nazionali.
Il potere deve tornare nei palazzi del governo, che oggi sono divenuti comprimari nelle mani di una UE definita apertamente dalla Casa Bianca come “nemica”.
Trump perciò ha deciso di andare fino in fondo.
Vuole chiudere l’esperienza politica dei nemici che hanno cospirato contro di lui sin dal primo giorno.
Secondo le citate fonti, il capo di Stato americano custodisce delle dettagliate relazioni sui vari politici italiani ed europei.
In quei fascicoli, c’è tutto.
Ci sono gli scheletri negli armadi delle corrotte classe politiche europee, a partire dalle tangenti ricevute per conto del regime nazista ucraino, fino al riciclaggio di denaro sporco e altri affari che riguardano anche le abitudini pedofile di diversi politici di primo piano in Europa.
Washington è intenzionata a scoperchiare i coperchi di questi scandali.
Le inchieste sulla corruzione della Spagna sono solo gli inizi.
Il presidente degli Stati Uniti vuole andare avanti e far emergere alla luce del giorno questi scandali.
La Tangentopoli alla rovescia è appena iniziata.
Fonte: https://www.lacrunadellago.net/28643/
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