La settimana si è conclusa così, con l’ennesima fragorosa sconfessione di una certa falsa controinformazione che nelle ultime settimane si è adoperata non poco per ventilare lo spauracchio della terza guerra mondiale, agitato una infinità di volte, e puntualmente evaporatosi molto in fretta.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, l’uomo che ufficialmente sarebbe schierato al fianco di Israele nelle guerra contro l’Iran ha appena deciso di rimuovere le sanzioni sul petrolio iraniano.
Significa, in concreto, che ora le petroliere iraniane che si trovano già in mare potranno vendere il loro petrolio agli Stati Uniti, una decisione che porterà nelle casse della teocrazia islamica la enorme cifra di 14 miliardi di dollari.
Gli Stati Uniti che, va ribadito, sarebbero in guerra contro l’Iran tolgono le sanzioni al loro “nemico”, mettendogli a disposizione i fondi necessari per fare non una, ma dieci guerre contro Israele, sempre più alle corde e sempre più isolata.
Il fantomatico regime change che a detta dei citati disinformatori si sarebbe dovuto palesare nel corso di questa operazione, a sua volta non si è visto.
Si è vista invece una sostituzione del Khamenei padre con il Khamenei figlio, una mossa che piuttosto che indebolire il governo iraniano, lo ha persino rafforzato, accelerando un avvicendamento che comunque era già programmato.

Mojtaba Khamenei
Sembra del tutto evidente che c’è qualcosa che non va nella narrazione ufficiale, usata dal presidente americano per dichiarare il suo sostegno allo stato ebraico, lasciandolo invece alla mercé dei missili iraniani, che oggi continuano a piovere senza sosta sulle teste degli israeliani, nonostante le dichiarazioni di presunte distruzioni di obiettivi iraniani, smentite dall’evidenza dei fatti come visto con l’isola di Kharg, intatta, e nonostante gli organi di stampa e i falsi media alternativi si adoperino per non mostrare i danni subiti da Tel Aviv.
Trump si rivela ancora una volta un sottile stratega, uno dei più versati nell’arte della dissimulazione della quale ha dato prova in più di un’occasione di essere un maestro assoluto, se si pensa, ad esempio, al bombardamento fittizio contro la Siria nel 2017, e quello più recente del giugno del 2025, quando il presidente annunciò di aver distrutto le basi nucleari iraniane, mentre in realtà bombardò alcuni deserti intorno a quei siti, senza dimenticarsi di ringraziare Teheran, che gli aveva dato il permesso di eseguire quella operazione.
Trump quindi rimescola la carte, confonde i suoi nemici, esegue tutta una serie di psy-op e depistaggi per districarsi dalle trappole incendiare dei suoi avversari, i quali, puntualmente, restano in braghe di tela, con il loro cerino in mano che mai riesce a provocare il conflitto che tali guerrafondai tanto disperatamente cercano.
Tolte dunque le cosiddette “optics”, le apparenze che servono a gettare fumo negli occhi dei nemici del presidente, si manifesta sempre di più una raffinata strategia di smantellamento e di progressiva riduzione all’impotenza dello stato ebraico e della sua leadership fuori controllo, la quale ormai si muove da tempo, come si vedrà meglio a breve, non sulla base di una qualche linea logica di geopolitica, ma sull’istinto, sull’impulso, sulla forsennata ricerca della realizzazione di un disegno messianico di dominio del Medio Oriente e del mondo intero.
La guerra tra Trump e Israele e il precedente di Kennedy
C’è chiaramente una violenta guerra psicologica e fisica che si combatte negli Stati Uniti da dieci anni a questa parte tra Donald J. Trump, e le forze armate schierate al suo fianco, e tutta quella fitta rete di lobby sioniste, tra le quali le potenti Chabad e l’aggressiva AIPAC, che sono state nei fatti i veri decisori della politica estera americana, sin dalla seconda guerra mondiale in poi, quando il presidente Truman decise di riconoscere lo stato di Israele, nonostante l’opposizione di una parte dell’intelligence americana e del segretario alla Difesa James Forrestal, gettato il 28 marzo del 1949 da una finestra di un ospedale psichiatrico del Maryland dopo un frettoloso ricovero.

James Forrestal
Si tratta di una guerra per controllare la potentissima macchina bellica americana, senza la quale qualsiasi disegno di dominio mondialista e sionista è poco più che una mera “chimera”, una illusione che si scioglie come neve al sole, vista l’assenza dell’unica forza in grado di imporre al resto del mondo tale oppressivo totalitarismo.
Trump sapeva quello che sapeva John Fitzgerald Kennedy prima di entrare alla Casa Bianca.
Kennedy fu edotto sulla minaccia del sionismo da un “infiltrato” di eccezione, un uomo come Benjamin Freedman, sionista della primissima ora, pentitosi dopo aver trovato la fede cattolica, e dedicatosi a diffondere la verità sulla pericolosità di Israele per gli Stati Uniti e il mondo intero.
Kennedy non fece però in tempo a fare nulla.
Venne ucciso sulla pubblica piazza dopo che la lobby sionista assistita dal traditore Lyndon Johnson, tramò contro di lui.
Trump ha dovuto fare i conti con la stessa macchina da guerra.
Una macchina che ha tessuto contro di lui trame di cospirazioni e di omicidi, ai quali il presidente in più di una occasione, vedasi il miracolo di Butler, è scampato per puro miracolo.
Sulla comunicazione, il presidente ha scelto la citata strategia della dissimulazione.
Nessuna dichiarazione pubblica contro lo stato di Israele, pacche sulla spalle dei rabbiosi coniugi Adelson, ma sul campo invece si è vista una geopolitica che ha mandato su tutte le furie Tel Aviv, che è stata la causa di durissimi scontri e di telefonate di fuoco e di minacce pronunciate contro il presidente degli Stati Uniti, fermo a non cedere di un millimetro.
A Tel Aviv, da tempo sono consapevoli di questo “doppio gioco” di Trump.
Sanno che il presidente degli Stati Uniti non è un loro strumento, e non si sono tirati indietro dall’eseguire tutta una serie di false flag contro ambasciate e consolati americani, nel tentativo, ormai abbastanza futile, di farli passare per attentati di marca iraniana, nonostante Teheran non abbia mai avuto la rete di contatti e agenti che il Mossad ha in Europa e negli Stati Uniti, Mossad che, si ricordi, ha addestrato orde di terroristi islamici, tra i quali il famigerato al-Baghdadi, agente di Israele, a differenza della teocrazia iraniana che quei tagliagole invece li eliminava in Siria e in Iraq.
Israele e l’ossessione del moshiach
Israele non sembra però essersi rassegnata all’evidenza.
Tel Aviv non vuole accettare la storia che ha cambiato corso.
La leadership di questa entità fuori controllo non sembra voler accettare che il’900, il secolo ebraico per eccellenza, è definitivamente giunto al termine.
La realtà oggi è chiaramente mutata del tutto.
Il tempo del dominio incontrastato di Israele è ormai soltanto un pallido e sbiadito ricordo del passato.
Israele però spasmodicamente, senza darsi pace, continua a cercare il suo moshiach.
Lo ha dichiarato lo stesso Netanyahu, o meglio il suo sosia o la sua versione IA con le dita da bradipo, poiché ormai sembra che i vari osservatori stiano prendendo consapevolezza dell’episodio che venne raccontato in esclusiva su questo blog, ovvero quello dell’attentato missilistico degli Houthi avvenuto il 29 settembre del 2024, e delle palesi differenze tra il vecchio primo ministro e la sua ultima versione.
Netanyahu in versione IA parla dell’avvento del moshiach
Il “premier” israeliano ha affermato che è suo scopo favorire la venuta di tale messia, una figura autoritaria che gli ebrei attendono da secoli, e che non è ovviamente Gesù Cristo, il Figlio di Dio, rifiutato e messo a morte dal sinedrio quasi 2000 anni fa.
Il talmudismo cerca un leader di sola potenza materiale, una espressione, per così dire, di una sorta di superuomo nietzscheano che consenta ad Israele di dominare il Medio Oriente, di conquistare e sottomettere tutti coloro che si mettono sulla strada del sionismo imperialista.
Le parole di Netanyahu, o delle sue versioni artificiali, sono ancora una volta chiarificatrici.
Il “premier” israeliano ha affermato che il barbaro conquistatore Gengis Khan sarebbe superiore a Gesù Cristo.
Si è chiaramente allo stesso punto di 2000 anni addietro.
Cristo chiese agli ebrei di aiutarlo a evangelizzare il mondo, ma larga parte di essi rifiutarono
C’era in loro una volontà di potenza, una volontà che li portava a disprezzare la promessa di Gesù di entrare nel Regno dei Cieli.
L’odio verso Roma e la civiltà romana nasce proprio da qui.
Roma viene considerata dal talmudismo come una forza nemica, colpevole di aver distrutto il Secondo Tempio nel 70 d.C. su ordine dell’imperatore Tito che diede così vita alla diaspora annunciata da Gesù stesso.
Il tempo dunque non ha mutato nulla.
Se si vuole provare a comprendere Israele e la sua politica senza comprendere la sua escatologia, si farà poco strada.
Non si capirà nulla di tale entità, così come non si comprenderà la decisione di chiudere la storica Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, edificata sul luogo dove Cristo fu crocefisso e dove poi risorse a vita nuova tre giorni dopo la Sua morte.

La Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme
Israele non può che provare un odio profondo verso quel luogo.
Quel luogo è la testimonianza che Cristo è il Figlio di Dio, una verità che tormenta coloro che lo odiano.
I cristiani vengono così messi al bando in Terra Santa.
Vengono aggrediti, sommersi di sputi, e malmenati dagli sgherri della polizia israeliana che non esitano ad estrarre l’arma contro inermi pellegrini che hanno la sola “colpa” di voler osservare la propria fede.
Emerge ancora una volta prepotentemente la incompatibilità delle radici “giudaico-cristiane”, una sorta di ossimoro che si è affermato dopo la scrittura, da parte di mani ebraiche, del controverso documento Nostra Aetate.
Nostra Aetate inverte i poli del cattolicesimo.
Le verità cattoliche di sempre diventano “antisemita”, mentre quelle mendaci del cattolicesimo liberale, una eresia condannata a suo tempo, tra gli altri, da Pio IX, diventano la nuova dottrina.
Il cammino del Concilio non poteva che condurre alla soglia della sinagoga, varcata da Giovanni Paolo II , il quale coniò la dimenticabile espressione di “fratelli maggiori”.

Giovanni Paolo II ricevuto dal rabbino Toaff nel 1986
Si potrebbe dire che il percorso intrapreso nella storia moderna dal cattolicesimo sia la testimonianza vivente di quanto affermato correttamente dal teologo cristiano Tertulliano nel I secolo d.C.
Tertulliano sosteneva che esistesse una relazione inversa tra ebraismo e cattolicesimo.
Quanto più si rafforza il primo, tanto più si indebolisce il secondo, e viceversa.
Chi, ad oggi, può negare, dopo 60 anni di Concilio Vaticano II, e di ecumenismo dilagante, che la regola di Tertulliano non abbia trovato perfetta applicazione nel secolo passato e nei primi anni di quello presente?
Cos’altro è stato il cammino della storia nei secoli se non la costante tensione tra queste due forze, ebraismo e cattolicesimo, e la perenne battaglia, da un lato, per favorire la venuta del cosiddetto moshiach ebraico e dall’altro per invece prevenirla?
La Chiesa Cattolica è stata senza dubbio, dall’inizio della sua storia, il katehon, quella forza che si è opposta alla manifestazione delle forze anticristiche che vogliono la costruzione di un governo mondiale e il dominio assoluto dello stato ebraico.
Il moshiach può essere descritto sia con le parole della setta ebraica sia con le testimonianze dei processi raccolte dalla Santa Inquisizione.
Secondo Chabad, il moshiach sarà quel leader che condurrà le nazioni verso il cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale”, un sistema di tipo totalitario globale, descritto dalla lobby sionista come un “regno di pace e giustizia”, mentre in realtà sarà un sistema di oppressione verso tutti coloro che vi si opporranno, soprattutto i cristiani.
Se si leggono le pagine dell’opera stampata dal governo messicano nel 1935 dal titolo “Processo di Luis de Carbajal el Mozo”, si apprende invece di un ebreo portoghese che si era falsamente convertito al cattolicesimo venne processato dall’Inquisizione spagnola a Città del Messico nel 1596.
Secondo le confessioni spontanee di Carbajal, raccolte da un sacerdote, padre Diaz, che era stato messo nella sua cella e fatto passare per un altro ebreo, ci sarà un tempo in cui verrà tale leader, il citato moshiach, che imporrà il suo dominio al mondo intero.
Israele non insegue altro che questa visione.
Vuole stendere il tappeto rosso a questa figura, vuole in qualche modo provare a forzare la storia, a far sì che quest’uomo, chiunque egli sia o sarà, si manifesti pur di compiere le annunciate profezie, tra le quali c’è quella di ricostruire il Terzo Tempio nel quale un giorno quest’uomo metterà piede, ma che non potrà essere ricostruito senza prima demolire la moschea di Al-Aqsa, poiché essa si trova sullo stesso luogo dove il Tempio di Gerusalemme venne distrutto dall’imperatore Tito nel 70 d.C.
C’è perciò alla base delle mosse di Israele puro sionismo messianico, e nemmeno l’ombra di una qualche logica politica o militare, considerata l’impossibilità di vedere tali propositi eseguiti in questo momento storico.
Israele non si avvicina difatti all’onnipotenza, ma alla disfatta, soprattutto se si guarda ai risultati degli ultimi bombardamenti iraniani che stanno demolendo interi quartieri e villaggi israeliani, tra i quali, da ultimo, c’è quello di Arad, nel quale risulta esserci stata una vera e propria strage.
Ci si trova di fronte ad una entità impazzita, governata da figure nell’ombra che hanno lasciato gli israeliani allo sbando, molti dei quali si stanno rendendo conto di essere stati vittime di un disegno che li vede come mere pedine, da sacrificare all’occorrenza senza rimpianti pur di vedere compiuto il “bene superiore”.
Il sionismo messianico può provare comunque a forzare quanto vuole, ma non si invertirà la rotta di un processo che sta esautorando la governance globale e restituendo potere agli Stati nazionali, accantonati dalla fine della seconda guerra mondiale in poi.
Non sono questi i tempi del moshiach.
Sono i tempi di Fatima.
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