La montagna della procura di Pavia sull’inchiesta dell’omicidio di Chiara Poggi alla fine ha partorito un topolino di nome Andrea Sempio.
Sempio era praticamente ovunque.
Nei mesi passati, il suo nome era fatto compulsivamente e ossessivamente da una sgangherata banda di cosiddetti “Youtuber” che spuntano come funghi da diversi anni, i quali sembravano essere stati già istruiti prima su quale adulterata pietanza servire agli sperduti spettatori della famigerata piattaforma.
Gli organi di stampa, a loro volta, non si sono discostati da tale canovaccio.
Sin dalle primissime battute, ovvero quando il procuratore Fabio Napoleone, già braccio destro della famigerata Ilda Boccassini, prese in mano la riapertura dell’inchiesta sull’assassinio della giovane impiegata 27enne di Garlasco, si aveva la sensazione che Sempio fosse stato già individuato come il secondo “capro espiatorio” da sostituirsi a quello di Alberto Stasi, fidanzato della giovane, assolto due volte, ma rispedito a processo dalla ineffabile Corte di Cassazione.

Fabio Napoleone
Sempio era già finito sotto la lente degli investigatori anni prima, nel 2017, quando a detta di alcune fonti il giovane venne avvertito in anticipo di un interrogatorio che ci sarebbe stato verso di lui per ciò che riguarda l’inchiesta della morte di Chiara, segno che il giovane lombardo aveva delle entrature negli ambienti giudiziari.
Se tale scenario dovesse effettivamente corrispondere a verità, allora in tal caso ci sarebbe stata una certa contiguità, per così dire, tra Sempio e alcuni ambienti giudiziari che volevano assicurarsi che il 38enne fosse preparato all’indagine nei suoi confronti, ma anche una sua eventuale responsabilità nell’omicidio di Chiara Poggi appare del tutto insufficiente a individuare i vari protagonisti coinvolti in questa torbida vicenda.
Se Sempio aveva della fonti nella magistratura che lo informavano dei passi di determinati procuratori, è certamente prova che questo impiegato originario di Vigevano non è proprio un cittadino qualunque, ma una persona dotata di certe entrature che solitamente solo certi ambienti hanno.
Su tale capitolo bisognerebbe prendere in considerazione anche i filoni delle inchieste Clean 1,2 e 3, nelle quali un giro di carabinieri infedeli vendevano informazioni a diversi imprenditori in cambio di tangenti.
Secondo il carabiniere Francesco Marchetto, c’è un collegamento tra queste inchieste e le soffiate che sono arrivate a Sempio, ma, in tal caso, appare ancora una volta evidente come ci fosse all’opera un apparato ben più grande dello stesso Sempio.
Un apparato che sembrava aver agito sin dal principio per insabbiare la verità di Garlasco.
Nel 2007, all’inizio di questa storia, lo si vide subito.
I magistrati si mossero non cercando di trarre delle conclusioni obiettive dall’analisi della scena del delitto, pesantemente inquinata, ma piuttosto si diedero molto da fare per incriminare il fidanzato della giovane, Alberto Stasi, nonostante su di lui non ci fossero pesanti indizi accusatori, tantomeno delle vere e proprie prove, mai realmente esistite contro di lui.
Le anomalie si videro già all’epoca, quando gli inquirenti misero le mani sul computer dell’allora studente universitario che lo scagionava e dimostrava come lui in quegli attimi si trovasse a casa a lavorare sulla sua tesi di laurea, ma una presunta catena di errori da parte degli agenti addetti al caso avrebbe compromesso la memoria del disco.
Sulla scena del delitto poi, c’erano diversi segnali che suggerivano probabilmente la presenza di più di una persona.
La casa di Chiara è stata messa a soqquadro.

La villetta della famiglia Poggi
Sulla scena del delitto, c’erano ben sette paia di mutande sporche di sangue, e, secondo le stesse analisi degli investigatori del caso, sarebbero state almeno tre le tracce di DNA sconosciute, non appartenenti a Chiara, né a Stasi né a Sempio, trovate sul corpo della ragazza.
Nella villetta della famiglia Poggi si erano probabilmente introdotte più persone per attuare un omicidio efferato, eseguito forse anche con certe ritualità e accanimento nei confronti della ragazza, quasi a volerla punire per aver commesso qualcosa di “grave” agli occhi degli assassini.
Chiara Poggi: informatrice dei servizi?
C’erano già allora dei segnali che dietro la vicenda di Garlasco non si nasconde una storia di un delitto passionale, ma qualcosa di più grosso, che forse si poteva trovare a partire dalla scrivania di Chiara, sulla quale c’erano dei biglietti dai significati particolari.
Ad esempio, c’era un pezzetto di carta sul quale c’era scritto “il telefono del detective squillò Dreen. 4146, una soffiata.”

Il bigliettino sulla scrivania di Chiara
Il numero 4146 è rivelatore.
Si tratta di un codice assegnato a dipendenti del Viminale che sulla carta Chiara mai avrebbe dovuto avere a disposizione, a dimostrazione che questa giovane non era una comune impiegata amministrativa.
Chiara si interessava ai crimini delle reti pedofile, ai riti commessi da sette massoniche e dalla massoneria.
Delle ricerche riscontrate sul suo computer che denotavano uno spiccato interesse, e forse una conoscenza approfondita di scabrosi territori dove normalmente non si addentrano tutti.
Secondo alcune fonti di intelligence, la giovane di Garlasco era in contatto con i servizi segreti italiani.
C’erano dei canali avviati, degli scambi tra Chiara e alcuni membri dell’intelligence che stavano conducendo delle indagini su quanto avveniva nella piccola e poco nota cittadina di Garlasco, che nasconde ingombranti segreti e verità inconfessabili.
Uno degli investigatori del caso, il già citato maresciallo dei Carabinieri, Francesco Marchetto, ne era convinto e lo aveva detto sin dal principio.
Sindoca: il massone al servizio del DSSA
Ci fu nel dicembre del 2012, una singolare riunione, alla quale parteciparono il citato Marchetto, l’avvocato della famiglia Poggi, Gianluigi Tizzoni, e il padrone di casa, forse il personaggio che sulla carta meno ci si aspetterebbe di trovare in questa vicenda, ovvero Riccardo Sindoca.
Sindoca è un nome che forse alcuni ricorderanno già per i suoi trascorsi che lo videro finire dietro le sbarre nel 2005, quando venne arrestato per associazione a delinquere nell’ambito dell’inchiesta sul Dipartimento Studi Strategici Antiterrorismo (DSSA).
Il DSSA era composto da poliziotti, carabinieri, ex membri della Gladio e vari agenti dei servizi segreti i quali, secondo le procure di Genova e Milano, agivano come un gruppo di depistatori che si attivavano a seconda delle esigenze di quegli ambienti che avevano voluto la costruzione di questa rete clandestina.
Lo stemma del DSSA sembra suggerire la centrale di direzione dello stesso gruppo, visto che esso è praticamente identico a quello della CIA, ma altri elementi utili a risalire alla cabina di regia dell’organizzazione vengono dai contatti che avevano i vari membri, in particolar modo con il Mossad, il famigerato servizio di intelligence israeliano.

Lo stemma del DSSA
Il DSSA, in pratica, ad una più attenta osservazione altro non era che una delle varie strutture allestite dagli ambienti anglo-israeliani che si servono delle loro reti e cellule clandestine per controllare l’Italia, ago della bilancia della NATO sin dalla sua esistenza.
Sindoca era a tale gruppo che apparteneva, senza dimenticare la sua appartenenza alla massoneria, un passaggio praticamente obbligato per ogni barba finta che si rispetti fedele alla CIA e al Mossad.
Nel 2012, lo si trova nel mezzo del caso Garlasco, a conferma che c’era un vivo interesse da parte di certi apparati verso la vicenda della morte di Chiara Garlasco, che chiaramente non riguardava Stasi né tantomeno il solo Andrea Sempio.
Marchetto sembrava averlo intuito.
Lo fa presente quel giorno, e suggerisce di iniziare a guardare alle gemelle Stefania e Paola Cappa, soprattutto perché la bicicletta nera vista appoggiata sulla villetta di Chiara sembrava appartenere proprio a loro.
Le due sono dei personaggi piuttosto interessanti.
Stefania in particolar modo è imparentata con personaggi di alto “profilo” dell’establishment italiano attraverso il suo matrimonio con il rampollo Emanuele Arioldi, figlio di Roberto Arioldi e di Annina Rizzoli, cugina di Nicola Carraro, marito dell’ancora più famosa “signora della domenica”, Mara Venier.
Al matrimonio di Stefania c’era anche un altro personaggio come la famosa attrice Eleonora Giorgi, scomparsa lo scorso anno a causa di uno dei tanti turbo tumori così tristemente frequenti in questi anni.

Il matrimonio di Stefania Cappa. A sinistra, Eleonora Giorgi
Il padre delle due, l’avvocato Ermanno Cappa, aveva e, forse ha ancora, delle entrature con la politica, soprattutto con alcuni deputati e senatori assieme ai quali organizzò un incontro per architettare una campagna stampa ai danni di Vittorio Feltri, direttore oggi de Il Giornale.
Una famiglia che evidentemente quando voleva bussare a certe porte, riusciva a farlo senza alcuna difficoltà.
C’è quindi l’alta società attorno alle Cappa, dei personaggi di rilievo dell’imprenditoria italiana che indirettamente o meno sembrano tutti avere dei legami con questa piccola località del pavese, ma le richieste di Marchetto, cadono subito nel vuoto.
Ad erigere subito un muro è proprio chi sulla carta non avrebbe dovuto farlo, ovvero l’avvocato della famiglia Poggi, Tizzoni, che preferisce insistere su Stasi, nonostante il debolissimo impianto accusatorio ai suoi danni, tanto da fare una mossa, apparentemente insensata da lì a poche settimane.
Tizzoni presenta un esposto contro Marchetto per falsa testimonianza, ma il maresciallo dei Carabinieri era comunque già stato rimosso dai suoi superiori perché la sua pista investigativa evidentemente era scomoda, non andava nella direzione gradita da certi piani superiori che avevano già confezionato il processo ai danni di Alberto Stasi.
La strana catena di “suicidi” di Garlasco
A Garlasco, intanto ci sono strane morti.
Se si guarda all’assassinio di Chiara, difficilmente non si può guardare alla morte di Giovanni Ferri, pensionato di 88 anni, trovato morto in uno stretto cantuccio con la gola e i polsi tagliati, e senza nessuna lama vicina al suo corpo.

Il cantuccio dove è stato trovato morto Ferri
La dinamica suggeriva sin dall’inizio che Ferri non si fosse certo suicidato, ma non differentemente a quanto già visto con la scena del delitto di Chiara, gli inquirenti ignorano le evidenti prove sotto il loro naso e si affrettano ad archiviare la morte di Ferri come “suicidio” tra le vibranti proteste della moglie dell’uomo.
C’è purtroppo un’ampia e triste letteratura su questo.
L’archiviazione dei casi di omicidio derubricati falsamente come suicidi è un vecchio vizio della magistratura italiana, specializzata in insabbiamenti di questo tipo per non urtare gli interessi di quei gruppi massonici che gestiscono le toghe.
Ferri è stato vittima probabilmente di tale procedura collaudata.
Secondo diverse fonti vicine allo stesso pensionato, l’uomo sapeva cosa era successo veramente a Chiara e aveva fatto tale confidenza al medico condotto del Paese, il dottor Corrado Cavallini, rinvenuto morto per essersi presumibilmente somministrato una iniezione letale.
Di improvvise crisi depressive non c’è traccia in questa storia, tantomeno si sono rinvenute lettere di spiegazioni di suicidi inspiegabili e con dinamiche a dir poco dubbie.
Ancora più inquietante è la morte del giovane Michele Bertani avvenuta nel 2016.
Bertani era un amico proprio di Sempio, e non era affatto un giovane qualunque.

Michele Bertani
Sul suo profilo Facebook si trovavano dei nomi e dei riferimenti molto particolari, a partire dal soprannome che aveva adottato, Mem He Shin, una espressione tipica della Cabala ebraica.
Michele dunque studiava o quantomeno aveva un vivo e spiccato interesse per un libro associato chiaramente al misticismo e all’occultismo, oggetto di culto di vari membri del mondo di Hollywood, tutti ardenti studiosi della Cabala.
Il giovane amico di Sempio conosceva determinate espressioni magiche, tanto da scrivere alcune frasi in aramaico sul suo profilo Facebook che apparentemente significavano “c’era una ragazza che lì sapeva”.
La ragazza era Chiara?
La stessa Chiara che risultava essere in contatto con uomini dell’intelligence che l’avevano reclutata nei panni di informatrice privilegiata su delle attività massoniche e sataniche che avevano luogo nel paesino di Garlasco.
Bertani finisce per pochissimo tempo sotto l’appannata lente della magistratura.
Intorno alla villetta di Chiara viene avvistata una Golf nera, dello stesso tipo di quella posseduta dal giovane che morirà nel 2016 per un altro apparente suicidio, stavolta per impiccagione.
Tre morti sospette, ognuna delle quali aveva una stretta correlazione con l’omicidio di Chiara Poggi.
C’è un filo rosso che lega queste morti, una catena di delitti che sembra essere mossa dalla stessa dinamica e volontà di coprire la verità su quei mandanti eccellenti che si nascondono probabilmente dietro questa inquietante storia.
Garlasco, in fin dei conti, è la perfetta cartina di tornasole della repubblica di Cassibile.
Ci sono in tale storia tutti gli elementi che tirano le fila della democrazia liberale italiana dal 1943 in poi, a partire dalla massoneria, dai servizi, da Gladio e dalle sette sataniche, sempre più presenti e sempre più radicate sul territorio, protette da una magistratura a sua volta pesantemente infiltrata da tali gruppi.
Sempio, se coinvolto nella faccenda, ha, come detto in precedenza, tutt’al più un ruolo marginale, e la nuova inchiesta di Napoleone non ha chiaramente nemmeno sfiorato i vari apparati coinvolti nel caso.
C’è da capire se anche in tale occasione il gioco del capro espiatorio sarà utile per tenere ben nascosta la verità.
I poteri che hanno avuto in mano questo Paese per 80 anni hanno sempre contato su protezioni eccellenti sovranazionali.
Se vengono meno queste, ogni copertura cade.
Chiara è una delle numerose vittime di questi deviati apparati che attende giustizia come molti altri italiani vittime delle trame di sette sataniche e massoniche.
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