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    Home»Attualità»L’omicidio di Lady Diana e il ruolo dei servizi inglesi e francesi
    Attualità

    L’omicidio di Lady Diana e il ruolo dei servizi inglesi e francesi

    13 Aprile 2026Updated:13 Aprile 202613 Mins Read
    L’omicidio di Lady Diana e il ruolo dei servizi inglesi e francesi
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    2026 tante verità nascoste vengono a galla

    L’estate del 1997 era una di quelle tipiche di quel periodo.

    Sulle riviste patinate del gossip si vedevano di frequente personaggi del bel mondo, quel jet-set internazionale che è servito un po’ come anestetico per le masse avide di conoscere le avventure e le scappatelle di coloro che vivono la effimera vita smeralda, coloro che inseguivano il miraggio di una ricchezza evanescente.

    Sulle prime pagine di quelle riviste, quell’estate, c’era lei, Lady Diana Spencer, la già ex moglie del principe Carlo, con il quale ha avuto sin dagli inizi un tormentato rapporto, fatto di frequenti avventure extraconiugali e di personaggi alla corte dei Windsor poco graditi alla nobildonna inglese.

    C’era in tale coorte un ripugnante soggetto come Jimmy Savile, l’orco per eccellenza della pedofilia inglese, l’intoccabile, colui che quando venne convocato anni dopo, nel 2011, dalla procura generale britannica per chiedergli conto della sua interminabile lista di abusi sui bambini, almeno 400, minacciò di ricorrere alla protezione della corona per essere lasciato in pace, minaccia che gli valse subito la libertà.

    Jimmy Savile

    Lady D non gradiva questi orchi.

    Aveva più volte esternato al suo consorte la sgradita presenza di quell’uomo, noto a tutti, ma Carlo non aveva nessuna intenzione di allontanare Savile dal palazzo reale.

    I signori della pedofilia a Buckingham Palace

    C’erano altri sordidi personaggi che facevano ciò che volevano a Buckingham Palace.

    Jimmy Savile, se possibile, era solo la punta di un iceberg molto più grande nelle cui profondità si trovavano loro, la famigerata coppia composta da Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell, i quali avevano già allora le chiavi del palazzo reale, come confermato di recente dalle corrispondenza del pedofilo del Mossad.

    Attorno ai Windsor c’è una congerie di personaggi che possono considerarsi dei prosseneti del giro pedofilo internazionale.

    Jeffrey Epstein era stato costruito in quegli anni, tra il 1980 e il 1990, su espressa volontà della famiglia Rothschild che nel giro di poco tempo gli aprì tutte le porte del mondo della finanza, saldamente sbarrate per i comuni mortali, chiamati da Epstein stesso “goy”, in omaggio alla sua chiara formazione talmudica.

    Ghislaine Maxwell e Jeffrey Epstein

    Ghislaine Maxwell era la sua più degna compare.

    Ghislaine è una vera e propria sadica.

    La lettura delle testimonianze delle vittime dimostra l’assoluta malvagità di questa trafficante che sembrava provare piacere nel torturare le sue vittime, spesso offerte ai vari signori dell’alta società, tra i quali c’è il fratello del principe Carlo, oggi re Carlo III, quel principe Andrea, recentemente umiliato dopo l’arresto da parte della polizia britannica avvenuto nella sua residenza.

    I Windsor hanno provato a fare una operazione di sbianchettattura, per così dire.

    Hanno, più semplicemente, gettato in pasto alla stampa internazionale Andrea, raffigurandolo come l’unico orco della famiglia, quando la pedofilia può definirsi endemica tra le stanze del palazzo reale inglese.

    Il mentore stesso di Carlo, Lord Mountbatten, cugino della regina Elisabetta, era un famigerato pedofilo, da tempo noto ai servizi di intelligence degli Stati Uniti.

    La stessa citata Elisabetta II aveva già subito negli anni precedenti dello scandalo Epstein circostanziate accuse di pedofilia e di rapimento di bambini da parte di William Combes, un nativo indiano canadese che aveva raccontato per filo e per segno come la regina e il suo degno consorte, Filippo, fossero coinvolti nella sparizione di diversi bambini dalla scuola cattolica di Kamloops.

    Combes non fece in tempo a dire nulla.

    Morì in circostanze mai chiarite presso l’ospedale di Saint Paul a Vancouver, secondo diverse fonti, ucciso perché l’uomo avrebbe dovuto comparire in tribunale da lì a breve per denunciare i reali d’Inghilterra, ma non gli fu possibile per la sopraggiunta morte.

    I Windsor sono al centro di una rete pedofila internazionale.

    Secondo l’ex valletto reale, George Smith, Lady Diana aveva iniziato a raccogliere diverse testimonianze delle persone abusate dai Windsor.

    Un maggiordomo di Buckingham Palace aveva confessato a lei di essere stato vittima di abusi da parte dei reali inglesi.

    C’erano altre persone che avevano sempre fatto alla moglie di Carlo le sue confidenze, l’unica in quelle fredde stanze a dimostrare un po’ di umanità, ad essere disposta ad ascoltare le vittime degli stupri di una deviata famiglia.

    C’era odio e ostilità da parte dei Windsor verso Lady D.

    Carlo inizia a pensare che forse lasciare entrare nella sua perversa famiglia quella donna era stato un errore, poiché lei non sembrava molto disposta a conformarsi e ad “adattarsi” alle turpi abitudini dei reali inglesi.

    Ghislaine Maxwell la odiava, se possibile, ancora di più, tanto da gioire nelle sue conversazioni di aver fatto piangere la principessa inglese, troppo umana evidentemente per questa compagnia di orchi e di membri del giro pedofilo.

    La Maxwell era stata fatta avvicinare ai Windsor per proseguire il lavoro di suo padre, Robert, cecoslovacco di origini ebraiche, spia del Mossad e proprietario di diversi tabloid fino a quando, dopo le sue numerose truffe, non finì sommerso nei debiti e morì al largo delle coste delle Canarie, gettato fuori bordo dal suo yacht.

    Robert Maxwell

    Secondo diverse fonti di intelligence dello stesso Mossad, Robert aveva fatto il passo più lungo della gamba.

    Aveva iniziato a ricattare chi non accetta di essere ricattato.

    Maxwell aveva iniziato a minacciare il Mossad di rivelare i vari scandali che lo riguardano se i servizi israeliani non gli avessero procurato subito una disponibilità di finanziamenti per tirarlo fuori dalla palude nella quale era finito.

    Il Mossad non recepì il “messaggio”.

    Vennero mandati il 5 novembre del 1991 dei sicari che lo gettarono fuori bordo dopo averlo eliminato, probabilmente attraverso l’uso di qualche sostanza che gli procurò un malore di qualche tipo, poiché nei suoi polmoni non c’era traccia di acqua e dunque Maxwell non annegò.

    Il testimone passò così a sua figlia che si inserì immediatamente nel circolo della famiglia reale inglese, per la quale portò in dote anche infanti di 6 anni, torturati dal deviato principe Andrea attraverso l’elettroshock.

    Le minacce verso lady Diana

    Lady D è ormai ai ferri corti con quel mondo.

    Non riesce ad accettare un marito così privo di scrupoli, e nel 1996 arriva la quasi naturale separazione.

    La ex moglie del principe Carlo inizia a farsi la sua vita, ma per Buckingham Palace quella donna, così benvoluta e amata dal popolo inglese, a differenza degli altri reali, resta un incubo, una minaccia che in qualche modo deve essere fermata.

    Nel 1995, Lady D scrive una lettera di suo pugno, indirizzata al suo maggiordomo, Paul Burrell, uscita solo anni dopo la sua morte nel 1997, che suona come un atto d’accusa postumo, una voce che parla dalla tomba e che accusa suo marito di omicidio.

    La principessa inglese scrive in quella missiva che Carlo aveva intenzione di ucciderla attraverso la simulazione di un incidente d’auto per essere libero di risposarsi, una incredibile premonizione che si avvererà quasi quattro anni dopo, il 31 agosto del 1997.

    Lady Diana e Carlo

    A Downing Street non sembrano gradire a loro volta Lady Diana.

    L’allora ministro della Difesa e nipote del massone Winston Churchill, Nicholas Soames, aveva già iniziato a ventilare minacce non troppo velate nei confronti della ex moglie di Carlo per il suo costante impegno per la proibizione delle mine antiuomo.

    Soames aveva tutto l’interesse a far continuare quel proficuo business, considerati i suoi contatti con il mondo dell’industria militare che negli anni della guerra in Iraq gli sono valsi la presidenza della Aegis Defense Services, una compagnia di “contractor”, più comunemente mercenari, che durante il conflitto in Medio Oriente riuscì a chiudere contratti per centinaia di milioni di sterline, nonostante gli uomini della Aegis fossero noti per le loro violenze contro i civili iracheni.

    Non era gradito nemmeno l’interesse per la causa palestinese di Lady D, senza dimenticare che la principessa sapeva tutto degli scandali pedofili dei Windsor, e sapeva che i reali di quella famiglia erano parte integrante di un vasto traffico di esseri umani a livello globale.

    Lady Diana teme per la sua vita.

    Sa che a Londra la vogliono uccidere, e diffidava della “protezione” delle autorità perché sapeva che il suo ex marito aveva già probabilmente iniziato a lavorare per mettere in atto quel piano.

    Nel luglio del 1997 incontra Dodi al-Fayed, figlio del ricco magnate egiziano, Mohammed, proprietario della celebre catena di distribuzione Harrods.

    Dodi non è l’obiettivo.

    Non è lui che Buckingham Palace vuole eliminare, anche se negli ultimi anni ha preso piede la storia di una presunta gravidanza di Lady D da parte del figlio di al-Fayed, che con ogni probabilità è una falsa pista, considerato il fatto che la donna non risultava incinta.

    Quella sera, il 31 agosto del 1997, i due erano già diventati la coppia dell’estate.

    Sui rotocalchi di gossip c’erano le loro foto delle loro vacanze in Sardegna, e i paparazzi non smettono un attimo di pedinarli.

    A Parigi, nei pressi dell’Hotel Ritz, dove i due erano andati per cenare, c’era assiepato un esercito di paparazzi.

    Dodi e Diana dovevano uscire dopo la cena per andare a Rue Arsène Houssaye, nell’appartamento dove alloggiavano, a pochi passi dagli Champs Elysées.

    Il tunnel dell’Alma: un agguato contro Lady Diana

    Viene fatta uscire una macchina per depistare i fotografi in fervida attesa di fotografare i due, e poi, verso la mezzanotte, Dodi e Diana escono a bordo di una Mercedes S280 nera sulla quale andranno incontro al loro tragico destino.

    Alla guida c’è Henri Paul, uomo in perfette condizioni di salute sul quale verrà fatta ricadere la colpa dell’incidente, al suo fianco la guardia del corpo Trevor Jones, e dietro loro due, Diana e Dodi.

    Una volta imboccato il tunnel dell’Alma, la macchina va a schiantarsi contro il tredicesimo pilone della galleria, ma ci sono subito delle evidenti anomalie nella dinamica dell’incidente.

    I rottami della Mercedes di Lady Diana

    I testimoni raccontano che la Mercedes non viaggiava da sola.

    C’erano altri veicoli attorno a essa.

    C’erano delle motociclette, non di paparazzi, che guidavano in maniera molto aggressiva e spericolata vicino alla vettura, e c’era almeno un’altra macchina, una Fiat Uno bianca, vista da diverse persone presenti quella notte.

    Secondo François Levistre, testimone che guidava la sua auto di fronte alla Mercedes, uno dei motociclisti aveva puntato un faro di luce per accecare l’autista dell’auto di Dodi e Diana, una tecnica di assassinio utilizzata in altre occasioni dai servizi segreti inglesi dell’MI6, che da tempo pedinavano Diana e che erano a Parigi anche quella notte.

    Vicino alla Mercedes, c’era la Fiat Uno bianca che ha urtato l’auto che trasportava la nobildonna inglese.

    La Fiat Uno è una delle chiavi di questo intrigo.

    Secondo il padre di Dodi, quella macchina appartiene a Jean – Paul “James” Andanson, un fotografo inglese di 54 anni residente in Francia, e con non poche entrature nei servizi inglesi e francesi.

    James Andanson

    Andanson quella notte si mette subito in viaggio per la Corsica, uno spostamento che non saprà spiegare, così come non saprà spiegare perché dopo la morte di Diana ha subito fatto riverniciare la macchina, per poi venderla ad ottobre di quell’anno.

    Secondo le autorità francesi, la Fiat Uno che era lì quella notte non era quella di Andanson, ma, un rapporto riservato trapelato sull’Executive Intelligence Review nel 2000, racconta una storia molto diversa.

    I periti francesi avevano esaminato la Fiat Uno del fotografo e avevano messo a confronto i graffi presenti sulla vettura di Andanson con quelli presenti sullo specchietto della Mercedes, ed erano giunti alla conclusione che i segni degli urti e le tracce delle vernici corrispondevano alla perfezione.

    Andanson era dunque l’uomo alla guida della Fiat Uno che urtò la Mercedes affiancato da degli uomini in motocicletta che una volta costatato che l’auto di Diana era andata a sbattere con un pilone si facevano il segno del pollice in su, a confermare che tutto era andato come previsto, secondo quanto riferito da François Levistre.

    Il fotografo però esce di scena nel maggio del 2000.

    Il suo corpo carbonizzato viene ritrovato nel Sud della Francia all’interno di una BMW bruciata.

    Andanson viene ritrovato senza testa, decapitata e posta tra i sedili anteriori e con un buco nella tempia, segno di una esecuzione.

    Le autorità francesi non vedono, a quanto pare, né il buco né la testa decapitata.

    Derubricano il tutto come “suicidio”,  senza nemmeno chiedersi chi abbia dato la macchina alle fiamme tra le proteste della famiglia.

    Il fotografo era un testimone scomodo, uno di quelli che determinati apparati non potevano permettere che restasse in vita.

    I mandanti di quell’omicidio non sono però soddisfatti.

    Ordinano una spedizione presso l’agenzia nella quale aveva iniziato a lavorare il fotoreporter, la SIPA, dove tre uomini fanno irruzione il 16 giugno del 2000 per prendere in ostaggio i suoi dipendenti e cercare tra i computer e gli schedari altre foto, probabilmente quelle dell’incidente del tunnel Alma.

    Altri fotografi sono stati raggiunti dai servizi inglesi e francesi dopo la notte del 31 agosto 1997, due in particolare, Darryn Paul Lyons e Lionel Cherruault.

    Darryn Lyons

    Lyons aveva appena parlato con un fotografo che era riuscito a scattare le immagini dell’incidente, ma non appena la conversazione tra i due terminò, la corrente nell’ufficio di Lyons venne staccata e misteriosi uomini fecero irruzione nel suo ufficio piantando microspie nei locali.

    Cherrualt si è trovato di fronte ad uno scenario pressoché identico.

    L’uomo lavorava per la citata agenzia Sipa, e quella notte ricevette una telefonata da un suo contatto in Florida, che lo informava che avrebbe potuto ricevere a breve le foto dell’incidente di Diana.

    Appena terminata la conversazione telefonica, altri soggetti non identificati fanno irruzione nella casa di Cherrualt, rubano l’auto della moglie, i suoi hard disk e lasciano la porta aperta.

    La polizia giunta sul posto il giorno dopo conferma che si tratta di un lavoro dei servizi segreti.

    C’era un apparato che si mise chiaramente in moto per assicurarsi che non ci fosse nemmeno una prova in grado di dimostrare che Lady D non era morta in un incidente stradale perché il suo autista era “ubriaco”, ma perché quella notte ci fu un vero e proprio agguato, studiato in ogni minimo dettaglio, a partire dal percorso fatto dalla coppia, dallo spegnimento di tutte le telecamere del tunnel fino al colpevole ritardo nei soccorsi, che impiegarono ben 103 minuti per portare Diana ferita presso un ospedale che era distante solo 5 minuti.

    Dopo anni, emerge anche un possibile coinvolgimento di Israele nell’operazione, se non diretto, quantomeno indiretto poiché Diana era scomoda anche per lo stato ebraico, considerata la sua vicinanza alla causa palestinese.

    Secondo Annie Machon, ex dipendente dei servizi segreti inglesi, Lady Diana era una “minaccia” per il gruppo sionista israeliano, e la sua morte era considerata necessaria da parte del Mossad.

    Ci fu quindi con ogni probabilità un incontro di interessi, dal Regno Unito, alla Francia fino a Israele per eliminare un personaggio scomodo,  non riconducibile nei binari di certi ambienti che volevano e vogliono preservare a tutti i costi i loro traffici.

    A distanza di anni, torna attuale un caso ancora aperto.

    A distanza di anni, riecheggia ancora nella basilica di Westminster la voce di Elton John che canta “Candle in the Wind” in omaggio alla scomparsa di Diana.

    L’Inghilterra e il mondo attendono ancora di sapere chi ha spento quella candela.

    Fonte: https://www.lacrunadellago.net/lomicidio-di-lady-diana-e-il-ruolo-dei-servizi-inglesi-e-francesi/


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