La serata sembrava scorrere tranquilla.
Il presidente Trump era seduto a fianco di sua moglie Melania, vicino alla quale c’era un cosiddetto mentalista, tale Oz Pearlman, un mago di origini ebraiche che stava mostrando ai coniugi Trump un bigliettino.
In quel momento, si sentono dei colpi di pistola.
Un uomo è entrato nella sala armato, è riuscito ad evadere i controlli all’ingresso che a quanto pare nemmeno c’erano, a detta di diversi presenti in sala.
Le immagini dell’attentato
Cole Allen è l’ultimo aspirante assassino del presidente Trump, l’ultimo di una lunga serie di agenti inviati e addestrati da determinati apparati per rimuovere l’elemento che ha fatto saltare ogni schema e messo fine alla governance globale.
Ci sono delle evidenti anomalie in questo attentato, come già lo si era visto in quelli precedenti.
Allen è entrato con troppa facilità.
L’uomo è arrivato di gran carriere davanti all’ingresso e gli agenti lì presenti non sono riusciti nemmeno ad avvicinarlo, dandogli così la possibilità di arrivare laddove non avrebbe mai dovuto arrivare, ovvero nella sala dove si trovava Trump.
Il servizio segreto poi si è comportato in maniera anomala anche nella successiva risposta di difesa del presidente.
Dalle immagini a disposizione, si vedono gli agenti dietro il tavolo dei commensali che cercano di trascinare via prima il vicepresidente, JD Vance, e solo dopo, nella generale incertezza, il presidente Trump, in quella che appare una evidente violazione dei protocolli di sicurezza previsti in questo caso, secondo i quali si vede prima mettere in sicurezza il comandante in capo e dopo coloro che sono deputati a sostituirlo.
C’è nella costituzione americana una catena di comando e delle procedure relative alla cosiddetta continuità del governo, nella quale la vita del presidente è quella che va protetta per prima, soprattutto se il capo di Stato americano si trova in compagnia del suo vice.
Vance non avrebbe comunque dovuto essere lì.
Il vicepresidente era atteso in Pakistan, luogo dove sono in corso i negoziati tra gli Stati Uniti e l’Iran, ma la sua partenza è stata cancellata ufficialmente per alcuni aspetti dell’accordo ancora da definire tra Washington e Teheran, anche se, alla luce di quanto accaduto ieri sera forse qualcuno voleva che Vance fosse lì quella notte.
L’uomo che ha cercato di sparare viene definito come un Antifa militante.
Sul suo profilo Linkedln, ci sono delle informazioni di assoluto interesse.
Gli altri aspiranti assassini di Donald Trump
A differenza dei suoi predecessori, Cole Allen non era un fantasma.
Su Thomas Crooks, ad esempio, si sa che è stato uno studente di BlackRock, il potente fondo di investimenti legato alla famiglia Rothschild, e di una sua possibile frequentazione della sinagoga di Butler, dove sarebbe stato ritratto assieme ad altri membri della comunità ebraica della cittadina della Pennsylvania.

Thomas Crooks
Oltre a questo, di Crooks non si sa altro.
I suoi profili sociali sono stati subito “ripuliti” appena commesso il fatto, e vari utenti hanno fatto appena in tempo a prendere alcune delle sue foto nella citata sinagoga.
Austin Tucker Martin è un altro uomo venuto dal nulla.
Uscito di casa il 21 febbraio di quest’anno, il 22, il giorno successivo, riesce a fare irruzione nella villa di Trump a Mar-a-Lago, armato di fucile, una tanica di benzina e una siringa, anche se tale informazione è stata taciuta dal servizio di sicurezza, poiché il giovane avrebbe cercato di iniettare al presidente una sostanza, ragion per cui il leader del MAGA mostrava sul collo i giorni successivi delle escoriazioni da trauma.

Austin Tucker Martin
Allen invece aveva un profilo più rispettabile, per così dire.
L’aspirante assassino di Trump aveva fatto uno stage di tre mesi alla NASA nel campo dello studio di modelli per individuare le caratteristiche fisiche e chimiche dei pianeti.
Dopo due anni di pausa nei quali non è chiaro cosa abbia fatto l’uomo, nel 2016 Allen compie un altro stage come ingegnere meccanico presso la società Fluid Synchrony, prima di diventare un docente presso il prestigioso California Institute of Technology, l’ateneo dove si era già laureato anni prima.

Il cv di Allen
Cole Allen è un aspirante assassino che ha intrapreso una missione suicida, un elemento che depone molto a favore dell’ipotesi che il 30enne sia stato sottoposto a qualche programma di controllo mentale sulla falsariga del progetto MK-Ultra, sul quale la CIA è maestra sin dai tempi del dopoguerra, ma in questa occasione, a differenza degli altri candidati per uccidere Trump, il profilo scelto è quello di un uomo che aveva una carriera rispettabile e una professione avviata.
Le tracce di Israele negli attentati contro Trump
Allen è stato descritto, come si diceva in precedenza, come un membro degli Antifa finanziati da George Soros, ma ci sono delle sue foto che lo ritraggono mentre indossava una felpa delle forze armate israeliane, una di quelle che portava addossa l’uomo del Mossad, Jeffrey Epstein.
Cole Allen aveva avuto dunque contatti con membri dell’intelligence israeliana?
Se si guarda alle varie operazioni studiate ed eseguite contro il presidente Trump, raramente non si incontrano le tracce di apparati israeliani.
Il citato caso di Butler è forse il più clamoroso.
Oltre alle probabili origini ebraiche di Crooks e al suo periodo al servizio per BlackRock, sono stati rilevate i giorni prima dell’attentato delle manovre speculative contro la società mediatica di Trump, eseguite da vari fondi di investimento, a partire dall’Austin Investment Fund, che sapevano evidentemente che il 13 luglio a Butler sarebbe successo qualcosa di clamoroso, e costoro erano già pronti a incassare un ricco dividendo dall’omicidio del loro più acerrimo nemico.
Sono le stesse mani invisibili che sapevano che l’11 settembre qualcosa di terribile sarebbe accaduto relativamente a degli aerei, ma coloro che sapevano non erano rintanati in qualche oscura grotta dell’Afghanistan.
Chi sapeva era a New York, nel cuore della finanza anglosionista, a Wall Street, laddove vari speculatori piazzarono le famigerate opzioni al ribasso, le cosiddette put options, contro le compagnie aeree, certi che il loro valore sarebbe crollato.
Sull’America, c’è sempre l’ombra di questi apparati.
Sono gli apparati di potenti lobby sioniste e mondialiste che hanno avuto in mano per molti anni la politica estera del Paese, servendosi della sua potenza bellica e finanziaria per colpire coloro che erano considerati disallineati, coloro che volevano difendere la sovranità del proprio Paese e costruire invece delle alternative monetaria non fondate sulla supremazia del dollaro.
Trump mette a rischio tutto questo.
Mette a rischio il ruolo di garante di Israele e della governance globale perché disinteressato a servire i poteri che hanno preso in ostaggio gli Stati Uniti per molto tempo.
La guerra in Medio Oriente è solo l’ultimo esempio di una lunga serie.
Nonostante la disinformazione diffusa da personaggi come Ian Carroll e Candace Owens, apparentemente fuggiti dagli Stati Uniti non appena emerso lo scandalo degli influencer a libro paga del Southern Poverty Law Center, la politica estera di Trump si è ancora una volta disallineata dallo stato ebraico, tanto da togliere le sanzioni sul petrolio iraniano e da cercare un accordo Teheran per dare il definitivo riconoscimento alla teocrazia islamica, avversata invece da Israele con tutte le sue forze.
Nessun regime change a Teheran, e nessun regime a Caracas o a Damasco, Paesi nei quali, ad oggi, gli equilibri geopolitici sono rimasti immutati, con profonda insoddisfazione dei falchi del sionismo e dell’Euro-Atlantismo.
C’è comunque una chiara infiltrazione nell’apparato americano che non è stata ancora del tutto rimossa.
A Butler, Thomas Crooks, è riuscito a sdraiarsi sul tetto di una vetreria di proprietà ancora una volta di BlackRock, mentre un secondo uomo si trovava probabilmente sulla vicina torre dell’acqua e apriva a sua volta il fuoco contro Trump, salvo veramente per miracolo, in un giorno particolarmente significativo per il cattolicesimo, quale il 13 luglio, giorno della terza apparizione di Fatima nel 1917.
Ieri sera, ci sono stati altri evidenti problemi.
Un uomo è riuscito ad entrare armato nella cena dei corrispondenti della Casa Bianca, un contesto particolarmente ostile verso il presidente degli Stati Uniti, tanto che i giorni precedenti vari giornalisti avevano pubblicato un comunicato nel quale reclamavano la loro “libertà” di fare “informazione” che altro non è che “libertà” di fare ciò che vogliono i loro editori, magnati e finanzieri fedeli al globalismo e al sionismo, mandanti di una interminabile campagna di fango contro Donald Trump.
C’è una guerra permanente contro il presidente Trump fatta di frodi elettorali, spionaggi, e multipli tentativi di omicidio, giunti ad un numero tale forse pari solo a quelli subiti dal presidente russo, Vladimir Putin, altro grande avversario della governance globale.
Ieri sera, è stato scritto un altro capitolo di questa lunga guerra.
Ci si augura che Trump possa spazzare via definitivamente quel manipolo di infedeli ancora nascosti nelle istituzioni.
I nemici di Trump continuano a schiumare di rabbia.
Sanno che il tempo non è dalla loro parte, e che ogni giorno che passa è un giorno in meno verso la fine del potere illimitato che avevano un tempo.
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