Nelle settimane precedenti alle elezioni magiare, gli organi di stampa sfornavano una serie di sondaggi che condannavano a sconfitta certa il primo ministro uscente, Viktor Orban.
Non che questa sia una particolare novità nelle contese che riguardano gli avversari dell’Unione europea, ma ciò che ha subito sorpreso dello spoglio elettorale è stata la particolare remissività del premier magiaro.
Orban è descritto da tutti come un vero e proprio combattente.
Uomo determinato, statista raffinato e molto abile nel calcolo politico, soprattutto per ciò che riguarda l’arte di prevedere gli effetti di una determinata strategia.
Se c’è un uomo che nell’Europa Continentale sappia cos’è la politica, quello è senza dubbio Viktor Orban, passato sotto traccia persino dai radar della fondazione di George Soros, la Open Society, che non conscia della dissimulazione dell’allora giovane studente magiaro sborsò nel 1989 dei fondi a suo favore per farlo studiare presso la prestigiosa università britannica di Oxford.
Un giovanissimo Orban fa un discorso celebrativo su Nagy nel 1989
Soros stava semplicemente seguendo un protocollo collaudato.
Il pirata finanziario che nel 1992 lanciò una speculazione selvaggia contro la lira, avallata dal non compianto ex governatore di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi, iniziava a costruire il suo laboratorio politico nell’Europa Orientale in preparazione della imminente e già decisa caduta del muro di Berlino, la quale avrebbe aperto non pochi scenari di opportunità ai capitani di ventura della finanza anglosionista.
Le origini di Viktor Orban
Soros aveva individuato nel giovane Orban un suo allievo, un uomo in grado di portare in terra ungherese il modello della società aperta, ovvero quella società liquida, priva dei suoi confini, della sua identità nazionale e religiosa che altro non era che un tipo di destrutturazione concepita già dai filosofi e sociologi della scuola di Francoforte, veri ideologi dell’infausto ’68.
Viktor Orban era già negli anni’90 considerato l’astro nascente della politica ungherese.
Il giovane studente universitario ungherese aveva fondato nel 1988 il partito politico Fidesz di ispirazione liberal-conservatrice, anche se oggi viene catalogato da varie pagine, in particolare Wikipedia, come “illiberale” per via della sua opposizione al multiculturalismo e della sua difesa dell’identità cattolica nazionale.
Fidesz all’epoca però era considerato a tutti gli effetti una formazione che non si discostava di molto dalle famiglie europee del centrodestra liberale, ognuna delle quali era ed è a favore dell’immigrazione di massa, dell’apertura dei confini nazionali, e soprattutto della completa rimozione delle radici cristiane dai Paesi europei, nonostante tali partiti, si vedano, ad esempio, in Italia la Lega e FDI, si dichiarino “cattolici” ma nella realtà perorano cause, come l’aborto e il “suicidio assistito”, nettamente contrarie alla morale e dottrina cattolica.
Orban in quegli anni era ancora molto accorto.
Sapeva che gli ambienti del multiculturalismo volevano trasformare l’Ungheria in un altro porto di mare multietnico, ma la sua abilità è stata quella di sfruttare a proprio vantaggio i processi geopolitici concepiti dai cosiddetti globalizzatori.
Il leader di Fidesz infatti non si oppose all’ingresso di Budapest nell’Unione europea.
Orban accompagnò l’Ungheria verso Maastricht, ma l’abito che Soros aveva cucito per il Paese magiaro venne praticamente preso dall’allora primo ministro ungherese, dismesso e ricucito su misura per le esigenze dell’Ungheria.

Prodi e Orban nel 1999
Il primo ministro magiaro abilmente si è servito dei fondi strutturali versati dagli altri Paesi dell’UE, senza però metterli a favore di iniziative in contrasto con l’interesse nazionale.
Orban semplicemente stava nell’UE, senza però consegnare le chiavi della sovranità a Bruxelles.
Se la classe politica italiana, ad esempio, si trincerava dietro il paravento del “ce lo chiede l’Europa”, Orban invece si trincerava dietro quello del “ce lo chiede l’Ungheria”, e così i confini magiari rimasero saldamente chiusi durante gli anni nei quali nell’Europa Occidentale venivano spalancati pur di soddisfare il desiderio sorosiano di cancellare le etnie e le culture europee, da fondersi nel famigerato melting pot, espressione coniata dall’ebreo sionista Israel Zangwill.
Orban divenne così il nemico numero uno di Bruxelles.
Nel Parlamento europeo finanziato in larga parte da Soros, il primo ministro magiaro iniziava ad essere considerato come un “corpo estraneo”, non più legittimo leader politico del suo Paese, ma “dittatore autoritario” poiché nell’istante stesso in cui si decide di difendere la sovranità nazionale, si finisce immediatamente nella lista nera dei “dittatori”, anche se, chi compila tale liste, è spesso lo stesso soggetto che chiuse le persone in case ai tempi del golpe “pandemico” per poi farle riuscire solo dopo aver ricevuto il farmaco sperimentale del cartello farmaceutico chiamato impropriamente “vaccino”.
Orban nonostante tutto ha vinto elezione dopo elezione.
Il primo ministro ungherese ha inaugurato una vera e propria era nel suo Paese.
16 anni di premierato, e 16 anni nei quali l’Ungheria si risvegliava e scopriva di essere con sua sorpresa il giardino d’Europa, a differenza delle erbacce incolte che invece avevano sommerso la ormai irriconoscibile Europa Occidentale.
Magyar: oppositore controllato di Orban?
Nel 2026, ci si sarebbe attesi un altro facile esito come nelle passate tornate elettorali, ma invece ha vinto senza troppa difficoltà un politico come Peter Magyar, un leader uscito non dai laboratori della Open Society di George Soros, ma dal partito di Orban.
Magyar si è formato alla scuola politica dell’ex primo ministro.

Peter Magyar
E’ stato un fedelissimo del suo partito per ben 22 lunghi anni, e solo nel 2024 è uscito dai ranghi di Fidesz per fondare un altro partito, quello del Rispetto e della Libertà, Tisza, nel quale però si trova ben poco di progressista e molto invece delle posizioni sovraniste del vecchio mentore di Magyar.
Magyar, se possibile, utilizza toni ancora più risoluti nei confronti degli immigrati tanto da aver detto che alcuni di questi si sono ridotti a mangiare i pesci rossi degli zoo ungheresi, favoriti da multinazionali straniere quali la Samsung, accusata di prendere i soldi dei contribuenti ungheresi per dare vita al classico processo di deflazione salariale, praticato impunemente da Confindustria in Italia, con la benedizione del centrodestra e del centrosinistra.
A Bruxelles, sarebbero dovuto fischiare le orecchie, ma invece al Berlaymont festeggiano come se avesse vinto un discepolo di Maastricht, mentre in realtà il nuovo premier ungherese non vuole cambiare nemmeno i rapporti con la Russia, tantomeno avallare il prestito al regime nazista di Kiev, già bocciato dallo stesso Magyar nelle vesti di deputato.
Cosa è accaduto dunque a Budapest?
Ad un’analisi più attenta e meno impulsiva, tipica invece delle varie cassandre dei falsi canali alternativi, sembra che ancora una volta Orban abbia dimostrato di essere una raffinatissima mente politica, una di quelle che prevede in largo anticipo le mosse dell’avversario fino a costruirsi una sua falsa opposizione interna.
Se Tisza non ridisegnerà la mappa dei rapporti con Mosca e continuerà ad opporsi al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina, sarà ben chiaro a tutti che a Budapest è entrata in scena una versione del gattopardo magiaro, concepita dall’astuto Orban, su suggerimento probabilmente dello stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, maestro di psy-op varie, da ultima quella del Venezuela, dove il governo di Maduro è ancora lì, al suo posto, senza che la politica di Caracas sulla difesa degli interessi economici nazionali sia cambiata di una virgola.
A Bruxelles e Londra, all’indomani del falso “golpe” in Venezuela, si sono prima grattati il capo, per poi non riconoscere il governo di Delcy Rodriguez, consci di essere stati beffati ancora una volta dal presidente americano che si è servito delle amate apparenze per non cambiare nulla a Caracas e togliere finalmente le sanzioni al Venezuela, senza mettere al potere la tanto agognata Maria Corina Machado, abortista e accanita neoliberista, sponsorizzata da BlackRock, pronta a svendere tutto quello che c’era da svendere nel Paese.

Chris Wright, segretario alla Difesa USA, e Delcy Rodriguez, presidente del Venezuela
Lo stesso manuale delle psy-op sembra essere stato utilizzato a Damasco, dove Assad lasciò il posto ad uno sconosciutissimo Al-Sharaa, che, secondo la narrazione degli organi di stampa e dei falsi media alternativi, avrebbe dovuto allontanare Mosca dalla Siria, mentre, se possibile, i rapporti tra i due Paesi si sono cementati ancora di più, con somma soddisfazione di Washington che, tolto dalla scena il “cattivo” Assad ha avuto a disposizione il terreno ideale per togliere ogni sanzione imposta alla Siria, come accaduto a Caracas, dalla presidenza di Barack Obama.
A Teheran, il copione è stato il medesimo.
Dopo un mese di roboanti dichiarazioni di presunte distruzioni di obiettivi militari, Trump ha riconosciuto la leadership del figlio dell’ayatollah Khamenei, con grande irritazione di Tel Aviv, che desiderava ardentemente un vero colpo di Stato e si trovata sotto il naso la versione del gattopardo persiano.
Stati Uniti e Russia sembra quindi che abbiano deciso di utilizzare la tecnica del gatekeeping contro lo stesso apparato globalista che la concepì attraverso la sua fabbrica del dissenso controllato, che ha seminato molti falsi oppositori tra le fila del campo sovranista, tra i quali si annoverano in Italia la Lega e il M5S, il Rassemblement National in Francia, Alternative fur Deutschland in Germania, e Vox in Spagna.
Washington e Mosca hanno preso il metodo dell’infiltrazione, lo hanno rovesciato e capitalizzato a loro vantaggio, ma nel caso dell’Ungheria si tratterebbe solo della prima parte del piano
Sembra infatti esserci un disegno più grande dietro l’uscita di scena concordata di Orban, da tempo finito nel mirino di Bruxelles e dei nazisti Kiev, che lo hanno persino minacciato di morte.
Orban: cavallo di Troia di Trump nella Commissione europea?
Secondo quello che hanno riferito a questo blog fonti di intelligence serbe, il vero fine della “sconfitta” di Orban è quello di consentirgli di divenire a tutti gli effetti il cavallo di Troia che Donald Trump vuole porre nel cuore dell’Unione europea.
Il presidente degli Stati Uniti vorrebbe che l’ex premier magiaro fosse il prossimo candidato per la presidenza della Commissione europea, attualmente occupata da Ursula Von der Leyen, a capo di una maggioranza sempre più fragile, e già sopravvissuta ad una mozione di sfiducia, segnale di profonde fratture in seno ai palazzi comunitari.
Trump ha diverse carte a disposizione per far saltare la Von der Leyen, e tra queste quella più pesante sembra essere quella legata all’affaire Pfizer, nel quale Ursula oltre ad aver cancellato i vari messaggi di testo con l’AD di Pfizer, Albert Bourla, risulterebbe essere la beneficiaria di un enorme tangente pari a 760 milioni di dollari mascherata da “commissione” versata dalla citata multinazionale del farmaco a favore del marito Heiko, assunto, “provvidenzialmente”, da una società chiamata Orgenesis, collegata alla stessa Pfizer.
Si tratta probabilmente della tangente più grossa della storia d’Europa, ma l’unico giornalista ad averne parlato, il rumeno Adrian Onciu, ha perduto il posto di lavoro per averlo fatto, mentre gli altri “colleghi” dei media mainstream sono troppo impegnati ad accusare di corruzione Mosca e Budapest per guardare sotto il tappeto di Bruxelles, ricolmo di tangenti e mazzette a favore dei vari commissari.
L’affaire Pfizer non è comunque l’unica freccia all’arco di Trump e Orban.
Gli scheletri nell’armadio di Ursula Von der Leyen
Lo stesso ex primo ministro magiaro ha raccolto un corposo dossier su tutte le gravi irregolarità finanziarie che riguardano la Von der Leyen e lo ha presentato lo scorso agosto al Parlamento europeo, senza che ovviamente gli organi di stampa ne dessero notizia.
Orban si è soffermato in particolare sulla enorme torta dei fondi di coesione, pari a 392 miliardi di euro, due dei quali sono finiti nell’ex università della Von der Leyen, dove il presidente della Commissione europea insegnava sul finire degli anni’90 epidemiologia.
Secondo Orban, la Von der Leyen avrebbe commesso la più classica della malversazione di fondi pubblici, destinati non a opere e iniziative di una qualche utilità, ma a istituzioni di vario tipo, legate sempre alla stessa Von der Leyen e agli altri commissari europei.

Stesse dinamiche si sarebbero verificate per il capitolo dei fondi del pacchetto NextGeneration EU, nel quale ben 5 miliardi di euro sono finiti in varie società di consulenza in Germania, ancora una volta legate sempre al presidente della Commissione europea, la più generosa, con sé stessa, quando si tratta di tali elargizioni.
Si tratta in realtà della punta di un iceberg del quale inizia solo a intravedersi la punta.
Sotto di esso, ci sono altri prestiti, quali quelli del famigerato PNRR, stanziati verso appalti fantasma a società legate a vari partiti politici, sui quali però la magistratura non sembra avere alcuna intenzione di indagare, poiché, se viene giù una tessera del mosaico, ne verrebbero giù a cascata tutte le altre.
L’euforia forse a Bruxelles sarà sostituita dallo smarrimento quando si capirà che a Budapest non è cambiato nulla, mentre ora c’è un Orban libero di correre per la presidenza della Commissione europea, dotato di una valigia piena della carte che narrano degli scheletri nell’armadio di Ursula Von der Leyen.
Il consigliere particolare di Vladimir Putin, Kirill Dmitriev, sembra averlo capito quando ha commentato sull’esito delle elezioni ungheresi tanto da affermare che il risultato non farà che accelerare la caduta della fragile e isolata Unione europea.
A Mosca e Washington, sono tutti ben consapevoli di ciò che accadrà.
A Bruxelles invece festeggiavano una manovra che vuole dare la spallata definita al regime dell’UE.
Gli ultimi a capire la storia sono sempre coloro che si rifiutano di accettare i suoi verdetti.
Fonte: https://www.lacrunadellago.net/le-elezioni-in-ungheria-trappola-di-trump-e-orban-allunione-europea/
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