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    Home»Ogginotizie»La strage di via Fani e Aldo Moro nemico del Mossad
    Ogginotizie

    La strage di via Fani e Aldo Moro nemico del Mossad

    19 Marzo 202615 Mins Read
    La strage di via Fani e Aldo Moro nemico del Mossad
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    La Fiat 130 del presidente Moro quel giorno stava facendo il suo solito percorso.

    Usciva da via del Forte Trionfale, dove l’onorevole della DC, abitava assieme alla moglie Eleonora e ai suoi figli, per recarsi in Parlamento passando prima attraverso via Colli della Farnesina, nel quartiere del Foro Italico, costruito dal fascismo negli anni’20 e luogo nel quale si trova ancora oggi il ministero degli Esteri.

    Moro però non arrivo dov’era atteso.

    All’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa, ad attenderlo c’era un commando di uomini, altamente specializzati con l’uso delle armi e addestrati certamente a tecniche di agguato militare, molto poco praticate dai cosiddetti brigatisti rossi, e molto utilizzate invece da uomini che avevano ricevuto una preparazione specifica, tipica di alcuni centri di addestramento della NATO dell’epoca.

    La scorta dell’onorevole non ha il tempo di fare nulla.

    Da una siepe di un bar antistante la strada, escono quattro uomini vestiti da avieri, una scelta insolita per dei brigatisti, e un modo forse, come ipotizzato da diversi ricercatori del caso, che suggeriva che forse gli assalitori nemmeno si conoscevano tra di loro.

    Tra i quattro c’è un uomo di cui ancora oggi si ignora l’identità.

    Ogni anno quando ricorre l’anniversario del sequestro di Aldo Moro e del massacro della sua scorta composta da 5 uomini della polizia guidati dal maresciallo Leonardi, si assiste ad una ritualità stantia, ipocrita che non ha interesse a far uscire la verità su una operazione molto poco affine al terrorismo rosso, e molto vicina invece agli elementi dell’apparato atlantico.

    Il misterioso sparatore e il colonnello che “andava a pranzo”

    Lo sparatore vestito da aviere ancora oggi è un mistero.

    Viene descritto come un tiratore formidabile.

    I suoi colpi arrivano con precisione all’obiettivo, non feriscono il presidente Moro che doveva essere preso vivo, e i testimoni che lo osservano, tra i quali c’era Pietro Lalli, appassionato di armi, lo descrivono come un personaggio che aveva una padronanza assoluta delle armi, qualcosa che difficilmente un brigatista poteva avere, se si considera che gli stessi membri delle BR come Adriana Faranda, affermavano che non si recavano molto a sparare per non attirare su di sé l’attenzione.

    L’uomo vestito da aviere invece era un vero e proprio professionista.

    Lo si vede solo in quell’azione, e i presunti capi dell’operazione, tra i quali c’era Mario Moretti, definito dallo storico ricercatore del caso Moro, Sergio Flamigni, come la sfinge delle BR tacciono sulla sua identità, né tantomeno gli inquirenti di quegli anni si diedero da fare per capire chi effettivamente fosse questo eccezionale sparatore che da solo ha sparato ben 49 dei 93 colpi totali.

    Lo sapeva forse un personaggio che passava proprio in quel momento a via Stresa.

    Un uomo era lì in quegli istanti, nell’inferno di via Mario Fani, e non è un uomo qualunque che si trova a passare per portare a spasso il cane.

    Si tratta del colonnello Camillo Guglielmi, membro del’allora servizio segreto militare del SISMI, oggi defunto e convogliato nelle due agenzie dell’AISE e dell’AISI.

    Guglielmi era un altro di quei personaggi che si trovano nella zona grigia della Prima Repubblica.

    Appartenente alla famigerata sezione R del SISMI, che operava sotto la direzione del generale Musumeci, massone e membro della loggia P2, affiliata al Grande Oriente d’Italia, nonostante i maldestri e ridicoli tentativi di presa di distanza di palazzo Giustiniani verso la loggia diretta da Licio Gelli, una volta che lo scandalo divenne di dominio pubblico nel 1981.

    Il generale Pietro Musumeci

    La P2 è un fattore costante nel sequestro di Moro.

    Piduisti sono molti degli uomini coinvolti nel caso, e piduisti sono molti degli uomini che al Viminale, allora diretto da Francesco Cossiga, dovevano mettersi sulle tracce dell’onorevole della DC, ma non era certo questa l’intenzione dei massoni della P2.

    Una volta appreso che Moro era stato sequestrato, Gelli commenta con soddisfazione affermando che “il più fosse fatto”, segno che c’era in corso una operazione della quale la massoneria e i suoi elementi in politica, nei servizi segreti e nelle forze armate erano perfettamente consapevoli.

    La P2 era stata costituita in realtà molto tempo prima.

    Non al tempo della seconda guerra mondiale come qualcuno potrebbe ingenuamente pensare se ingannato da una certa vulgata mediatica, ma ben prima, ai tempi del Risorgimento, quando i massoni Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi decisero di costruire uno dei piani superiori della massoneria, passato poi sotto la guida di un altro famigerato personaggio come il Gran maestro del GOI, Adriano Lemmi, salito al potere dopo una interminabile serie di intrighi e raggiri che fecero di lui uno degli uomini più potenti della frammassoneria mondiale.

    Verso la fine della seconda guerra mondiale e dopo il tradimento di Cassibile, i servizi segreti angloamericani decisero di ricostituire questo piano privilegiato della massoneria, come mezzo per poter controllare meglio i vari punti nevralgici di una repubblica voluta fortemente dallo stato profondo di Washington e nata nell’inganno e nella menzogna di una vasta frode elettorale, consumatasi il 2 giugno del 1946, attraverso il broglio del referendum tra monarchia e repubblica.

    Gelli e i piduisti servivano da sentinelle di Washington, e furono semplicemente decisivi dal primo all’ultimo minuto dell’intera operazione del sequestro di Aldo Moro.

    Guglielmi quel giorno era lì con ogni probabilità per assicurasi che tutto procedesse secondo i piani.

    La sua versione di un pranzo da consumarsi alle 9 del mattino presso la casa del colonnello D’Ambrosio non convince, anche perché l’uomo del SISMI e istruttore della rete clandestina Gladio non disse una parola sulla sua insolita presenza a via Fani proprio nell’atto della strage e del sequestro di Moro, tantomeno si premurò di scrivere un rapporto sui fatti ai quali aveva assistito.

    I due misteriosi uomini sulla Honda: agenti al servizio di Guglielmi?

    Guglielmi arriva, osserva, si accerta probabilmente che tutto stesse andando come previsto, e si defila una volta che l’operazione venne portata a termine, e una volta che i vari membri del commando si dileguarono.

    Oltre allo sparatore anonimo, c’erano altri soggetti mai identificati, e anche loro non appartenenti alle Brigate Rosse.

    C’erano, ad esempio, due uomini a bordo di una moto Honda blu che parteciparono all’operazione.

    Una moto Honda blu del 1978 modello CB 400

    A vederli furono diversi testimoni tra i quali Giovanni Intrevado, un agente di polizia fuori servizio, e l’ingegner Marini che si beccò dei colpi di mitra sparati dai due contro di lui e che colpirono, per fortuna non ferendolo, il parabrezza del suo motorino.

    Anni dopo, nel 2014, si apre uno squarcio sulla identità di quei due uomini sulla moto Honda.

    Un giorno l’ispettore di polizia, Enrico Rossi, membro della DIGOS di Cuneo, riceve una lettera anonima da parte di uno scrivente che rivela di essere l’uomo seduto dietro il guidatore della moto.

    L’anonimo scrisse queste parole.

    “Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente”.

    Una lettera il cui contenuto è incredibilmente simile a quello del film sul caso Moro, il celebre “Piazza della Cinque Lune”, nel quale uno dei partecipanti all’azione, proprio l’uomo seduto sulla moto, gravemente malato decide di rivelare la verità sull’omicidio del presidente della DC.

    Un film che forse è stato “profetico”, ma non affatto di fantasia come si vedrà a breve.

    C’è intanto una prima fondamentale considerazione da fare.

    Gli uomini che erano su quella moto non erano affatto brigatisti.

    Sarebbero stati membri del SISMI e di Gladio, chiamati per compiere una missione specifica dal colonnello Guglielmi, che di certo non andava a pranzo, ma partecipava al sequestro dell’onorevole Moro perché gli ambienti massonici e atlantici che avevano in mano i servizi segreti e la repubblica volevano eliminare la “minaccia” che rappresentava Aldo Moro, un uomo la cui politica turbava troppo gli equilibri atlantisti.

    L’uomo della Honda fornisce tutti gli elementi per identificare il guidatore.

    L’ispettore Rossi si muove, e attraverso un controllo amministrativo scopre che nella cantina della casa del guidatore dell’Honda ci sono due pistole, di cui una Drusov a canna lunga, arma per specialisti, assieme ad una copia avvolta nel cellophane dell’edizione di Repubblica dell’epoca sul sequestro di Moro.

    La soluzione del mistero era lì, ad un passo.

    Rossi vuole fare ulteriori accertamenti, chiede di eseguire perizie, altri riscontri perché ogni cosa combaciava, compresa la descrizione del guidatore della Honda, descritto dall’ingegner Marini come un uomo dalle guance scavate come il celebre attore e autore teatrale Eduardo De Filippo, ma l’apparato lo blocca perché i vertici della repubblica di Cassibile non possono permettere che si sappia la verità su via Fani e si metta fine una buona volta alla bugia che le BR agirono da sole.

    Rossi protesta, chiede di andare avanti, ma alla fine sbatte la porta e si dimette perché capisce che ci sono meccanismi più grandi di lui che vogliono fermarlo.

    A via Fani, è andata quindi in scena una operazione militare di alto livello.

    C’erano uomini dei servizi, uomini della NATO, uomini della massoneria e solo in ultima istanza, quasi di contorno, uomini delle BR che erano soltanto l’ultima parte di un ingranaggio molto più potente.

    Via Gradoli: il covo dei misteri

    Lo si capi anche quando venne scoperto sulla Cassia, a Roma, il famigerato covo di via Gradoli, la strada dei misteri, un crocevia di appartamenti e condomini intestati a società, ancora una volta, dei servizi segreti.

    Secondo la narrazione ufficiale, Mario Moretti, l’uomo più ricercato d’Italia nel 1978, era lì che si sarebbe recato, in un condominio dove c’erano appartamenti di proprietà del SISDE, e dove anni dopo andò a vivere un altro terrorista di opposta fazione, quel Giusva Fioravanti, “capo” dei NAR, responsabili, secondo la magistratura, della strage di Bologna, nonostante anche in tale evento ci siano moltissimi elementi che riconducano alla massoneria, ai servizi e all’apparato atlantico.

    il covo di via Gradoli 96

    Il covo di via Gradoli non viene scoperto per caso il 18 aprile del 1978.

    Viene scoperto perché qualcuno che vi aveva accesso lasciò aperta l’acqua del telefono della doccia posta contro il muro della vasca, una posizione che non poteva non causare una infiltrazione al piano di sotto, che venne infatti segnalata da chi abitava nell’appartamento sottostante.

    Il covo venne fatto scoprire su volontà di qualcuno che vi aveva accesso.

    Qualcuno che non era Moretti e qualcuno che forse voleva sabotare l’operazione dall’interno.

    A via Gradoli si poteva arrivare molto prima, quando giunse una segnalazione a marzo sul fatto che lì c’era il covo delle BR, ma gli agenti di polizia inviati dalla magistratura quando arrivano di fronte alla porta dell’interno 11 del condominio di via Gradoli, non seguono le indicazioni del magistrato che aveva ordinato di attendere il ritorno dei proprietari o di abbattere la porta qualora nessuno avesse dato risposta.

    Le istruzioni del giudice vengono disattese, nessuna inchiesta venne avviata contro gli agenti che disobbedirono alle istruzioni della magistratura, e passa un mese di tempo prima che il covo venne finalmente scoperto.

    Si può pensare che la persona o le persone che avevano fatto la segnalazione a marzo sono le stesse che lasciarono aperta l’acqua ad aprile facendo così scoprire il covo?

    Una ipotesi non esplorata, come molte in questa storia atlantica, ma proprio in quell’appartamento c’erano altri elementi importantissimi per arrivare alla risoluzione del caso.

    Gli inquirenti scoprono molti elementi interessanti, a partire da due appunti scritti a mano, presumibilmente proprio dallo stesso Moretti, che recavano l’intestazione di un numero telefonico di una società immobiliare, la Savellia di Montesavello, che si trovava nel cuore del ghetto ebraico di Roma, a poche centinaia di metri da via Caetani, luogo del ritrovamento del cadavere di Moro, deposto in una Renault 4.

    Non è chiaro se i magistrati chiesero a Moretti perché prese questo appunto e quali contatti avesse al ghetto, ma si sa che gli inquirenti invece di mettere subito sotto sorveglianza quella agenzia immobiliare, attesero, su ordine del giudice Cudillo, più di un mese, alla fine di maggio, e solo per cinque giorni.

    Via Caetani, all’epoca del ritrovamento del corpo di Moro

    Sarebbe stato necessario muoversi ben prima, monitorare subito e per più tempo quella società immobiliare, ma anche in questa occasione gli inquirenti non si mossero, su ordine probabilmente degli stessi ambienti che avevano organizzato e gestito l’intera operazione.

    Il Mossad e il falso comunicato del lago della Duchessa

    Secondo l’avvocato della Democrazia Cristiana, Pino De Gori, è proprio lì che Aldo Moro sarebbe stato detenuto.

    Non in luoghi remoti sulle montagne, o nei pressi del lago della Duchessa, come ha voluto suggerire un depistaggio fatto attraverso il falso comunicato numero 7 redatto dal falsario della banda della Magliana, Tony Chichiarelli, legato ai servizi.

    Moro sarebbe stato prigioniero nel cuore della città in un appartamento probabilmente noto ai servizi segreti e plausibilmente di personaggi molto vicini alla lobby sionista.

    Secondo l’avvocato De Gori, a chiedere di scrivere a Chichiarelli quel falso comunicato sulla falsa morte di Moro fu il Mossad stesso, che voleva accelerare la fine dello statista della DC, un servizio per il quale l’uomo della Magliana venne ricompensato attraverso l’esecuzione della rapina alla Brinks Securmark, un colpo che valse ai rapinatori un bottino da 35 miliardi di lire.

    Tony Chichiarelli

    Israele voleva la morte di Moro e la fine del suo Lodo che aveva consentito ai gruppi militanti palestinesi di trovare un porto sicuro in Italia, sempre più vicina al mondo arabo e alla causa della Palestina.

    Moro stesso sapeva di essere finito nel mirino dello stato ebraico.

    Prima del suo rapimento, l’onorevole della DC, disse all’ex ministro Giovanni Galloni che le BR erano state pesantemente infiltrate non solo dai servizi angloamericani ma soprattutto dal Mossad.

    Il Mossad era uno di quei servizi che aveva più interesse a togliere dalla scena Aldo Moro.

    Moro era l’uomo che 5 anni prima del suo rapimento aveva imposto il veto all’uso dell’utilizzo della base di Sigonella agli Stati Uniti che volevano assistere lo stato di Israele durante la guerra dello Yom Kippur.

    La politica e la geopolitica di Moro avevano un raggio di azione molto vicino al mondo arabo, consapevole che i rapporti con i Paesi arabi erano troppo importanti per una nazione come l’Italia, Paese ponte tra Occidente e Oriente, affacciato sul Mediterraneo e con una importantissima valenza strategica non sfruttata dai presenti inquilini di Montecitorio e palazzo Chigi, ormai telecomandati dalla NATO e dal movimento sionista.

    Il presidente della DC invece sapeva che occorreva tenere sganciata l’Italia da Israele e dalla NATO.

    Le minacce di Kissinger e la Seconda Repubblica di Israele

    Moro aveva stabilito una via di politica estera che si stava avvicinando “pericolosamente” al blocco dei non allineati, uno scenario che avrebbe significato la fine del Patto Atlantico o comunque un suo grave svuotamento, considerata la perdita di un Paese importante come l’Italia.

    Kissinger perciò avvertì Moro senza troppi giri di parole.

    Henry Kissinger

    L’eminenza grigia del gruppo Bilderberg e uomo di riferimento dello stato ebraico alla Casa Bianca minacciò esplicitamente di morte Aldo Moro almeno in due occasioni.

    Moro capì che era finito nel mirino dell’apparato che teneva in ostaggio l’Italia dal 1943 e che concepì l’intera operazione di via Fani.

    La verità a distanza di 48 anni non è mai stata cercata, perché essa porta in quel territorio proibito, dove la magistratura, dominata dalla massoneria, non vuole entrare perché significherebbe sfidare i poteri che ordinarono di uccidere Moro.

    Aldo Moro era troppo pericoloso per lo stato ebraico, che non poteva accettare che l’Italia fosse così vicina alla causa palestinese.

    Nonostante il ristretto perimetro assegnatogli, i politici della Prima Repubblica erano riusciti a costruirsi un loro spazio, a perseguire una stretta via che riusciva in qualche modo a proteggere l’interesse nazionale, fino a quando non venne eseguito il golpe giudiziario di Mani Pulite, e gli ultimi due statisti degni di questo nome non asserviti a Israele, quali Bettino Craxi e Giulio Andreotti, vennero travolti dall’ondata di un colpo di Stato concepito a Washington e Tel Aviv.

    Al loro posto, ormai ci sono solo meri figuranti, comprimari che eseguono ogni volontà atlantica e soprattutto israeliana, se si pensa che il territorio italiano è ormai oggetto di colonizzazione da parte di israeliani transfughi ai quali è stato concesso di vivere e lavorare in Italia, senza che si levasse una sola voce di chiarimenti al riguardo.

    L’omicidio di Moro e della sua scorta serviva chiaramente a questo.

    Serviva a impedire che l’Italia fosse troppo scomoda alla NATO e Israele, e il successivo golpe del’92 è servito a portare a termine l”opera”.

    A distanza di quasi mezzo secolo, la verità storica sembra essere sin troppo evidente.

    Israele detestava Aldo Moro e quei politici non asserviti al movimento sionista.

    Israele è divenuta il vero referente di un sistema politico ormai sempre più delegittimato e sull’orlo dell’estinzione.

    L’uscita dalla repubblica di Cassibile non potrà che significare la fine del’ascendente del sionismo sulla politica italiana.

    Fonte: https://www.lacrunadellago.net/la-strage-di-via-fani-e-aldo-moro-nemico-del-mossad/


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