L’acqua è consumata per raffreddare i data center, ma anche per produrre l’energia elettrica necessaria a farli funzionare, mentre anche le emissioni di anidride carbonica sono in netto aumento
L’IA sta diventando uno dei principali motori della crescita dei data center nel mondo. Ma mentre la domanda di calcolo accelera, il “conto” ambientale resta in gran parte opaco. È quanto emerge da uno studio realizzato da un ricercatore del centro di studi ambientali di Amsterdam e pubblicatosulla rivistaPatterns.
Lo studio sottolinea che le aziende raramente distinguono nei report tra attività legate all’intelligenza artificiale e quelle “tradizionali”. Senza questa separazione, stimare l’impronta ecologica dell’IA significa procedere per approssimazioni, usando indicatori generali di performance dei data center e pochi dati pubblici non sempre omogenei o verificabili. Nonostante queste limitazioni però ci sono già delle evidenze e, per l’ambiente, non sono esattamente positive.
Perché i dati sul consumo di acqua potrebbero essere (ampiamente) sottostimati
Sul fronte dell’acqua, il messaggio è netto: il consumo non riguarda solo quella impiegata direttamente per raffreddare le strutture, ma anche – e spesso soprattutto – l’acqua “incorporata” nella produzione dell’elettricità che alimenta server e infrastrutture.
Proprio questa componente indiretta è la più difficile da misurare, perché quasi nessuna big tech la rendiconta con continuità. L’Iea, l’agenzia internazionale dell’energia, stimava per i data center, nel 2023, un consumo di circa 560 miliardi di litri complessivi, con la quota indiretta (riferita alla produzione di energia) pari a 373 miliardi di litri.
Ma quando si guardano i pochi casi in cui l’indiretto emerge davvero, i valori possono risultare molto più elevati: lo studio richiama i numeri di Meta, che per la quantità di acqua usata nella produzione di elettricità arriva a circa 3,6–3,9 litri per kWh. Analogamente ricostruzioni su data center statunitensi di grandi operatori (Apple, Meta e Google) che portano a medie nell’ordine di 3,4 litri per kWh, con differenze enormi da area ad area. Da qui la conclusione: alcune stime aggregate rischiano di sottostimare l’impronta idrica, perché la vera variabile decisiva è dove si trova il data center e quale mix energetico lo alimenta.
Proiettando la crescita prevista della potenza necessaria ai sistemi di IA, lo studio arriva a una forchetta che dà la misura del fenomeno: nel 2025 il consumo di acqua utilizzato per far operare l’intelligenza artificiale potrebbe collocarsi tra 312,5 e 764,6 miliardi di litri. È un intervallo ampio, e gli autori lo attribuiscono proprio alla scarsa trasparenza dei dati e alla variabilità locale dell’intensità idrica dell’elettricità. Per rendere comprensibile l’ordine di grandezza, il lavoro propone un confronto: queste quantità potrebbero essere comparabili, per scala, al consumo annuo globale di acqua in bottiglia (stimato in 446 miliardi di litri).
Prodotte le stesse emissioni di anidride carbonica della città di New York
Accanto all’acqua, la ricerca affronta anche le emissioni di anidride carbonica. Il punto di partenza è l’osservazione che la domanda elettrica dell’hardware per l’IA sta avvicinandosi a livelli davvero elevati, paragonabili a quelle di vere e proprie nazioni.
Se si applicano intensità medie di emissione legate alla generazione elettrica per i data center, l’IA da sola potrebbe arrivare nel 2025 a un’impronta tra 32,6 e 79,7 milioni di tonnellate di CO₂. Anche qui il range è largo perché l’ammontare delle emissioni cambia molto a seconda delle reti elettriche locali.
Per dare un riferimento, lo studio cita la CO₂ di New York City (52,2 milioni di tonnellate nel 2023) come metro di paragone “di scala” per capire la dimensione potenziale del fenomeno. Attualmente le emissioni prodotte per fare “girare” gli strumenti di IA potrebbero essere uguali o superiori a quelle della “Grande Mela”. E sono, ovviamente, destinate a crescere.
Fonte: https://www.today.it/tech/acqua-co2-impatto-climatico-intelligenza-artificiale.html
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