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    Home»Ogginotizie»La riunione delle intelligence europee e il rischio della “operazione Sansone”
    Ogginotizie

    La riunione delle intelligence europee e il rischio della “operazione Sansone”

    9 Marzo 202610 Mins Read
    La riunione delle intelligence europee e il rischio della operazione Sansone
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    L’organismo è dei meno noti, citato in pochissime occasioni dalla carta stampata, e ancor meno noto dall’opinione pubblica.

    Si tratta dell’INTCEN, un acronimo che identifica la sigla del Centro di situazione e di intelligence dell’Unione europea, una sorta di summa dei servizi di intelligence dei Paesi dell’Unione europea alle dipendenze dell’alto rappresentante degli Esteri, ruolo occupato dalla controversa Maja Kallas.

    Secondo fonti vicine proprio a tale organismo, l’INTCEN , attualmente presieduto dal croato Daniel Markic, già capo dei servizi croati e atlantista di ferro, si è riunito nei giorni scorsi per discutere di tutti gli scenari di crisi che soffiano sulla fragile Unione europea, in particolar modo quello che riguarda la guerra tra Israele e Iran.

    La sede dell’INTCEN a Bruxelles

    A Bruxelles, c’è molto allarme, soprattutto perché si teme un probabile disastro per lo stato ebraico, lanciatosi nella sua ultima impresa suicida dopo lo scellerato attacco all’Iran, senza avere i mezzi necessari per far fronte alla capacità missilistica di Teheran, ad oggi nemmeno sfiorata né da Tel Aviv né da Washington, che nonostante le dichiarazioni ufficiali, ancora non ha distrutto nessuna base missilistica iraniana.

    L’Unione europea teme i risvolti di questa crisi.

    Teme innanzitutto lo strangolamento energetico, già iniziato a partire dalla selvaggia speculazione dei mercati e delle società di distribuzione che hanno subito ritoccato pesantemente verso l’alto il prezzo del petrolio, nonostante non ci sia stata nessuna contrazione dell’offerta, tantomeno una sua interruzione, visto che lo stretto di Hormuz è sempre rimasto aperto.

    Israele non sembra minimamente aver preso in considerazione la geopolitica di base né si è soffermata allo stesso modo sugli effetti dei mercati, penalizzanti per lo stato ebraico, e per l’Unione europea, un blocco che dipende in tutto e per tutto dall’estero per il suo approvvigionamento di gas e petrolio, due materie prime delle quali è molto ricca Mosca, tanto è vero che Bruxelles ora sta persino riprendendo in considerazione le forniture russe, indispensabili per il sostentamento di un intero continente, con buona pace della russofobia rampante che domina il Berlaymont.

    L’economia è piuttosto semplice per chi mette da parte per un istante i vuoti orpelli degli organi di stampa, incapaci di spiegare al grande pubblico che una crisi energetica potrà soltanto accelerare l’ìmplosione di una sempre più traballante Unione europea, già provata dai dazi americani a Ovest, e ora alle prese con gli aumenti delle importazioni petrolifere dal Medio Oriente.

    Lo stato ebraico ha scatenato una vera e propria tempesta, una sorta di accelerazione della crisi dell’Unione, ma ciò non desta alcuna sorpresa, poiché la bussola della geopolitica di Tel Aviv non è basata su un razionale calcolo in termini di acquisizione realistica di un determinato obiettivo, ma si fonda esclusivamente sul sionismo messianico, sulla idea, folle, della ricostruzione del Terzo Tempio e della conseguente venuta del leader che Israele attende da tanto tempo, il cosiddetto moshiach.

    Lo scenario della strategia della tensione in Europa

    I servizi europei non hanno preso però solo in considerazione i già alti rischi di una implosione economica del blocco comunitario, prosciugato da anni dall’austerità economica imposta dai Trattati, ma si sono soffermati su un altro grave scenario di destabilizzazione, quale quello relativo al rischio terroristico.

    Sugli organi di stampa, e sui falsi canali alternativi, in questi giorni pullula il terrorismo psicologico, consumata tattica della Gladio, pur di spingere il pubblico a credere che ormai il precipizio della fantomatica terza guerra mondiale sia ormai inevitabile, e che occorre prepararsi a indossare la tuta antiradiazioni, poiché ormai li destino del mondo sarebbe quello dell’armageddon nucleare.

    Il rischio di un terzo conflitto globale in realtà è piuttosto basso, soprattutto se si prova a guardare con un minimo di lucidità la crisi iraniana, senza lasciarsi prendere dall’isteria.

    Se gli Stati Uniti stessero sul serio agendo per provocare un reale regime change, e se stesse davvero bombardando obiettivi iraniani, allora bisognerebbe comprendere l’immobilismo di Mosca e Pechino, da decenni strette alleate di Teheran, oggi silenti di fronte alla cosiddetta “aggressione americana”.

    Al Cremlino, c’è quiete assoluta.

    Il presidente russo chiaramente è stato informato dell’operazione in corso, conosce i suoi risvolti, ben lontani dall’essere quelli di una guerra per provocare una insurrezione a Teheran, inesistente tra l’altro, ma piuttosto più vicini a quelli di una trappola per topi che Trump ha teso alla scellerata Israele, che si è andata a infilare in un vespaio, senza avere alcuna reale possibilità di riuscita dell’operazione di ritorno della famiglia dello shah di Persia, controfigura del sionismo.

    La beffa inizia ad essere ancora più amara per Israele con il passare delle ore.

    Il presidente degli Stati Uniti si è invece detto pronto a riconoscere anche una figura religiosa, senza avere interesse quindi a mettere fine alla teocrazia islamica.

    I missili nel frattempo piovono indisturbati su Tel Aviv, e ogni giorno che passa, Israele non è a Teheran che dovrà guardare, ma nel giardino di casa sua, visto che il rischio di una insurrezione interna si fa sempre più crescente.

    Se c’è un rischio reale, non è dunque quello di uno scenario di guerra globale, ma quello della sconsiderata reazione di una entità impazzita pronta a tutto, che in questi giorni ha cercato di attaccare l’Arabia Saudita e la Turchia, nel tentativo di trascinare tutti in guerra.

    A Tel Aviv, c’è una bestia ferita, furibonda dalla perdita del suo potere illimitato, e allora si riapre nuovamente il manuale del terrorismo, uno dei pezzi forti della intelligence israeliana che negli anni passati si è premurata di addestrare gli uomini dell’ISIS, il cui capo, secondo diverse fonti, non sarebbe stato altro che un agente del Mossad, quel Simon Eliot, esperto del mondo arabo, visto in compagnia negli anni precedenti del famigerato senatore sionista neocon John McCain.

    I vertici dei servizi comunitari si sono soffermati per tale ragione su una rivisitazione della cosiddetta “opzione Sansone” quella dottrina, per così dire, elaborata già ai tempi del primo ministro Ben Gurion di usare le testate atomiche qualora l’esistenza di Israele fosse stata in pericolo, il che non vuol dire usare il nucleare se si viene colpiti attraverso il nucleare stesso, ma usarlo come arma di ricatto.

    Se si fosse toccata Israele, i vertici del sionismo hanno pensato che l’uso dell’atomica sarebbe stato “necessario”, ma negli ultimi scenari non si è preso tanto in considerazione l’uso del nucleare, quanto una strategia terroristica fatta di attentati in perfetto stile “falsa bandiera” nelle varie capitali europee, da attribuire poi, vecchio adagio, ai cosiddetti gruppi di islamisti, creature proprio dei servizi atlantici e di Israele, che si servono di questo spauracchio per perseguire una strategia della tensione in chiave islamista.

    Si è avuto un assaggio di questa strategia già nella settimana che si sta per chiudere, con diversi allarmi bomba multipli a Roma, tre dei quali nella stessa giornata, uno nei pressi di palazzo Chigi, un altro a piazza Venezia, e un altro ancora a via della Scrofa, nei pressi della sede di FDI.

    L’allarme bomba a palazzo Chigi

    I luoghi dei ritrovamenti di pacchi sospetti suggeriscono anche dei messaggi minatori nei confronti del governo e del suo partito di maggioranza, molto vicino a Israele, ma non immune evidentemente a potenziali minacce da parte di gruppi di intelligence dello stato ebraico che vogliono ricordare che se non si aiuta Israele, la risposta sarà quella del terrore.

    I servizi europei nelle mani del Mossad

    Nelle altre capitali europee, l’allerta è altrettanto massima.

    La scorsa notte c’è stata una esplosione nei pressi dell’ambasciata americana in Norvegia, a breve distanza dall’annuncio dei servizi francesi e inglesi sul rischio di attentati per inesistenti minacce da parte dell’Iran che in realtà vengono dallo stato ebraico.

    L’allerta nei pressi dell’ambasciata americana a Oslo

    Difficile aspettarsi una qualche reazione, ad ogni modo, da parte dei servizi dei Paesi Occidentali.

    Non sono strutture autonome.

    Sono apparati costruiti e selezionati da centri come la CIA, e soprattutto il Mossad, che si premurano di controllare l’operato di questi gusci vuoti, che non hanno vita propria se non quella che gli viene appunto da tali sovrastrutture.

    I servizi europei sono più o meno tutti gli stessi dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, e hanno già dato prova della loro assoluta sottomissione a Israele, in particolar modo quelli francesi.

    La Francia è stata usata proprio come laboratorio “privilegiato” del Mossad, che si è servita di tale Paese per eseguire tutta una serie di attentati “falsa bandiera” a partire dalla famigerata strage del giornale Charlie Hebdo, di proprietà della famiglia Rothschild, seguita da un’altra ancor più efferata strage del Bataclan, un teatro di proprietà di una famiglia di origine ebraica molto vicina alla lobby sionista, e nel quale avvenne una vera e propria mattanza, quasi certamente eseguita da più persone, mai catturate, che eviscerarono in alcuni casi anche i poveri malcapitati all’interno del teatro.

    La mattanza del Bataclan

    Il sangue era ovunque quella famigerata notte del 13 novembre 2015 a Parigi. Tutti sapevano.

    I servizi segreti francesi sapevano certamente, così come sapevano con ogni probabilità uomini chiave della presidenza di François Hollande, che quella sera non mossero un muscolo mentre si scatenava l’inferno.

    Uomini forse come Yann Jounot, allora prefetto del dipartimento della Haute de France, e capo della rete dell’antiterrorismo,quella sera ospite di una cena organizzata dall’ambasciatore turco dell’epoca, Hakkı Akil.

    Quella sera Jounot lasciava la cena dei vari commensali, veniva probabilmente informato della mattanza che accadeva fuori, ma non sembrava affatto turbato di quanto veniva messo al corrente.

    L’Unione europea sarà dunque inevitabilmente un territorio di rappresaglie, ritorsioni, da parte di un potere che sta tramontando, e che non si muove attraverso una “logica” che non sia quella dello spargimento di sangue e della diffusione della paura, assistita in questo dal connubio degli organi di stampa e dei falsi media alternativi, impegnati all’unisono nelle solite campagne di demoralizzazione delle masse.

    Israele perciò ormai bestia ferita messa all’angolo, incapace di accettare che il suo “sogno” di dominio mediorientale è ormai al termine, e pronta a colpire tutto e tutti.

    Il governo di Giorgia Meloni in questo è testimone passivo.

    L’esecutivo di Lady Aspen è un’appendice dei servizi israeliani che si sono da diverso tempo a questa parte instaurati sul territorio italiano, soprattutto dalle parti del Lago Maggiore, dove si è insediata una “comunità” israeliana con tanto di negozi e scuole, alla quale sono stati concessi permessi di soggiorno per ragioni non chiare, mai chiarite dal Viminale, al quale nessun partito ha mai chiesto chiarimenti, compresa la falsa opposizione defunta grillina, che oggi ridicolmente prova di nuovo a farsi passare come in opposizione al sistema.

    I vertici europei e della NATO in particolare hanno chiesto alla Meloni di essere più decisa in quella che appare ormai come una guerra esistenziale per ciò che resta dell’apparato Euro-Atlantico, orfano di Washington e sovrastato da Mosca in Ucraina.

    Giorgia Meloni ha fino ad ora scelto una linea certamente fedele a tali apparati che hanno voluto la sua ascesa a palazzo Chigi già nel 2022, quando ormai ogni opzione era esaurita, e restava soltanto il centrodestra di FDI come ultima spiaggia per la politica italiana, dopo la quale sembra esserci soltanto il vuoto, il baratro di una repubblica che è stata voluta dallo stato profondo di Washington, e che non può chiaramente sopravvivere se il potere di questa struttura viene meno.

    Trump aveva più volte dato alla Meloni la possibilità di uscire da tale gabbia, ma si tratta di uno scenario nemmeno lontanamente concepibile da parte di un elemento, come la pasionaria di FDI, che è cresciuta all’ombra di tali poteri e a questi dovrà obbedire fino all’ultimo istante.

    L’UE e la NATO ora vogliono obbedienza assoluta, vogliono la spericolatezza di chi è pronto a suicidarsi pur di salvare ciò che non è salvabile.

    Sono le ultime battute di un potere in disfacimento.

    E’ la fase più turbolenta e delicata proprio perché chi sta perdendo il potere non si muove più in base ad alcuna logica.

    L’unica logica qui è quella della violenza e del caos fini a sé stessi.

    Fonte: https://www.lacrunadellago.net/la-riunione-delle-intelligence-europee-e-il-rischio-della-operazione-sansone/


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