Donald Trump è maestro dell’arte dell’accordo, un ramo che richiede astuzia, pazienza, sagacia e capacità dissimulatorie senza le quali nessuna trattativa può essere condotta con successo.
Ci sono taluni, dall’alto di una esperienza che non hanno mai avuto, che credevano che i metodi di Trump, imprenditore abituato agli squali dell’alta finanza ebraica di New York, non potessero funzionare efficacemente nelle relazioni internazionali, ma costoro, oltre a parlare dominati dalla loro incompetenza, sono notoriamente carichi di un elevato odio politico nei confronti del presidente.
La notte dell’8 aprile Trump ha messo a tacere tale ciurma di mestieranti e di odiatori globalisti dopo l’annuncio dell’accordo di pace con l’Iran.
Il presidente aveva deciso di alzare il giorno precedente una cortina fumogena attraverso la pubblicazione di un tweet nel quale minacciava di spazzare via la civiltà iraniana, tanto che gli aficionados della terza guerra mondiale si sono precipitati in cantina per recuperare il cappello di stagnola e la tuta antiradiazioni, in attesa di uno scenario simile a quello del celebre film di fantascienza, Terminator.

Il tweet di Trump sulla “distruzione della civiltà iraniana”
Se si fosse usato il buonsenso e soprattutto se si fosse guardato con un minimo di attenzione alla politica del presidente, si sarebbe forse stati meno in balia dell’isteria e si sarebbe giunti alla più logica conclusione che Trump stava preparando un altro dei suoi depistaggi, necessari per confondere i suoi nemici, e in particolar per far uscire definitivamente allo scoperto i suoi falsi amici..
Non era nemmeno necessario guardare troppo lontano.
Sarebbe stato sufficiete guardare a quanto accaduto in particolare nel giugno del 2025, quando Tel Aviv travolta dalla sua febbre messianica iniziò a bombardare Teheran senza considerare che gli Stati Uniti non avevano alcuna intenzione di appoggiare quella folle guerra, e agirono infatti, di concerto con Teheran, per disinnescare quella crisi attraverso un bombardamento simulato nel mezzo dei deserti iraniani.
Tel Aviv sapeva ovviamente quello che era accaduto.
Sapeva della dissimulazione concertata con Teheran, ma allora decise di non attaccare frontalmente il capo di Stato americano, preferendo seguire un’altra tattica sulla quale si dirà di più in seguito.
A febbraio, Israele, intanto ci ricade di nuovo.
Mosso dalla disperata ricerca del suo falso moshiach, Israele ha iniziato di nuovo ad attaccare l’Iran, e il presidente americano ha scelto nuovamente la via delle cosiddette “apparenze”, in base alle quali si sarebbe schierato al fianco dello stato ebraico, mentre intanto remava nella direzione opposta attraverso la rimozione delle sanzioni sul petrolio iraniano accompagnata da dichiarazioni di distruzioni di obiettivi militari iraniani, senza però che queste trovassero riscontro nella realtà dei fatti.
Il verdetto sul campo non lasciava spazio alle interpretazioni.
Nessuna base missilistica iraniana veniva distrutta dagli Stati Uniti, nessun rifornimento alla contraerea israeliana veniva fornito da Washington, che ha lasciato molto semplicemente Israele in balia dei missili iraniani.
I depistaggi di Trump contro nemici e falsi amici
Trump doveva però prima assicurarsi di mandare i suoi avversarsi in un vicolo cieco prima della chiusura della crisi.
Occorreva un diversivo, una distrazione quale il tweet citato poco fa che costringesse gli avversari ad uscire allo scoperto, come poi puntualmente accaduto.
Gli organi di stampa nelle mani dei vari signori del sionismo ci sono caduti in pieno.
I tamburi di guerra hanno iniziato a rullare nelle varie redazioni che battevano false veline su una fantomatica invasione di terra americana dell’Iran, non tanto nella convinzione che il presidente americano volesse davvero scegliere una strada così suicida per salvare Israele, ma piuttosto per destabilizzare, per far credere all’opinione pubblica che Trump non era molto diverso da Bush, già distruttore del Medio Oriente negli anni 2000 su mandato del famigerato gruppo sionista dei neocon.

Il Times of Israel scriveva della imminente invasione di terra dell’Iran
C’era però da occuparsi dell’altra faccia della luna della disinformazione, quella dei falsi conservatori dove pullulano i lupi vestiti da agnelli.
I disinformatori anti – Trump e il Mossad
Su X, la giornata del 7 aprile, si è avuto un saggio delle tattiche seguite da questi agenti della destabilizzazione.
Quel giorno c’è stata una lenzuolata di tweet scritti da personaggi come Tucker Calrson, Candace Owens, Alex Jones e Marjorie Green, ognuno dei quali si impegnava a chiedere con forza l’utilizzo del 25° emendamento, l’arma per dichiarare Trump come “infermo di mente” e sostituirlo in quello che non sarebbe stato altro che un colpo di Stato.

I falsi giornalisti conservatori chiedevano all’unisono la rimozione di Trump
Costoro sono i citati lupi vestiti da agnelli.
Si prenda, ad esempio, Carlson, uomo vicinissimo alla CIA, già iscritto al partito democratico fino al 2020, alle dipendenze di un canale ultrasionista come Fox News, e che non ha esitato a dire che il presidente Trump aveva intenzione di scatenare una guerra atomica a Teheran.
Alex Jones suonava lo stesso spartito.
Il “giornalista” americano si dava molto da fare per chiedere di invocare il 25° emendamento, seguito dalla disgraziatissima Candace Owens, altra democratica della prima ora, sostenitrice di Israele fino all’altro ieri, alla quale è stato cucito addosso l’abito di giornalista in opposizione allo stato ebraico, mentre tali depistatori sono parte, chiaramente, di uno sforzo di disinformazione diretto proprio da Tel Aviv.
C’è stata e c’è tuttora una ferocissima guerra della informazione tra Trump e lo stato ebraico.
Nonostante le reciproche pacche sulle spalle, le dichiarazioni di stima e amicizia, Israele aveva già compreso molti anni addietro che il presidente voleva disimpegnarsi dal Medio Oriente.
Non c’era altra via dunque che agire dall’interno del movimento MAGA attraverso degli infiltrati che si dichiaravano a favore di Trump, ma che in realtà agivano e agiscono come seminatori di zizzania, agenti della disinformazione con il solo scopo di demoralizzare e disgregare il fronte trumpiano pur di facilitare così il ritorno al potere di un presidente democratico o repubblicano neocon in grado di ripristinare il vecchio status quo.
Le rapidissime conversioni sulla via di Damasco di Carlson, Owens, Greene e Jones, divenuti improvvisamente estramamente loquaci su Israele e il sionismo sono il risultato di tale strategia, quando qualche anno fa, costoro erano silenti sui crimini del sionismo così come nulla dicevano riguardo al giro pedofilo del Mossad di Epstein, arrestato su ordine di Trump nel 2019 e cacciato dallo stesso Trump anni prima per aver molestato una minorenne in uno dei suoi club.
Carlson, Owens, e Jones invece si sono premurati di gettare fango addosso a Trump, tanto da associare Trump a quel giro pedofilo, sgominato dal presidente che si è seduto pazientemente sulla riva del fiume e ha fatto uscire allo scoperto i suoi nemici.
Il tweet è stato l’esca perfetta al quale tali stolti hanno abboccato, non differentemente dagli epigoni italiani di questi ciarlatani, i quali si sono dati molto da fare per depistare quella sempre più ristretta platea di lettori ancora inebetita dalle loro bugie, tanto da provare a riesumare lo spettro del “lockdown energetico” e del defunto Grande Reset, evocato, periodicamente, da tali falsari dal 2022 ad oggi, su precisi ordini degli apparati dei servizi che li gestiscono.

Lo spauracchio del lockdown energetico
Un “lockdown energetico” che non è mai stato una possibilità reale, soprattutto se si fosse spiegato al pubblico che lo stretto di Hormuz non è mai stato chiuso, e che molte delle navi non attraversavano quel tratto di mare non perché Teheran glielo impedisse ma perché le compagnie assicurative di Londra hanno sospeso arbitrariamente il pagamento dei premi assicurativi.
Una delle prime vittime, ancora una volta, della guerra è stata la verità, seppellita sotto un tappeto di bugie e depistaggi terroristici.
Trump ha spazzato tuttavia via questa disinformazione in un colpo solo.
Si è seduto sulla riva del fiume ad aspettare i cadaveri dei suoi nemici, agenti del caos pilotato dal Mossad e dalla CIA, mentre intanto imbrigliava lo stato ebraico tramite un accordo con l’Iran che di fatto ha riammesso Teheran nella comunità internazionale.
La guerra contro l’Iran che ha aiutato l’Iran
Nel corso della “guerra” contro l’Iran, Trump ha fatto tutto quello che il capo di una potenza in guerra presumibilmente contro un’altra non avrebbe dovuto fare.
Il presidente ha prima rimosso le sanzioni sul petrolio iraniano e, dopo aver accettato i 10 punti della proposta di Teheran, ha tolto ogni sanzione economica alla teocrazia islamica.
Volge così al termine il lungo embargo economico iniziato ai tempi della amministrazione del democratico e uomo del Bilderberg, Bill Clinton, una decisione storica che è avvenuta nel mezzo di uno dei momenti, quale quello della crisi tra Stati Uniti ed Iran, che sulla carta mai avrebbe dovuto portare al disgelo tra Washington e Teheran.
Si può vedere quindi come la bussola della diplomazia trumpiana non sia mai stata puntata nella direzione di Tel Aviv, che l’ultima cosa che desiderava dalla sua folle guerra contro l’Iran era quella di far avvicinare l’amministrazione Trump agli ayatollah.

Il figlio dell’ayatollah Khamenei già riconosciuto da Trump
I risultati della crisi in Medio Oriente sono comunque indubbiamente questi.
Sono apparentemente paradossali, poiché gli Stati Uniti ufficialmente in guerra contro l’Iran hanno aiutato l’Iran e hanno invece lasciato al suo destino Israele.
Se si fosse vittime di miopia o di presunzione, si potrebbe pensare che il risultato della crisi iraniana sia stato un effetto collaterale non calcolato da Trump, il quale si sarebbe mosso non in base ad una sua precisa strategia, piuttosto sull’onda dell’improvvisazione, ma questa sciocchezza la si può lasciare ai Travaglio e agli Scanzi, brutte copie di Repubblica, che hanno apostrofato Trump come “un pazzo criminale”.
Donald Trump sapeva chiaramente già quello che voleva da questa crisi sin dalle prime battute.
Sapeva che Israele avrebbe cercato ancora una volta lo scontro suicida con l’Iran, ma non si è fatto trascinare nel gioco al massacro dello stato ebraico, lasciandolo in balia delle sue derive messianiche e arrivando alla chiusura di un accordo che oltre ad non aver toccato in nessun modo la teocrazia islamica, l’ha, come detto poco fa, rafforzata.
Sapeva anche che la NATO non avrebbe risposto alle sue richieste di assistenza contro l’Iran, consapevole che il Patto Atlantico non gli avrebbe dato alcun reale aiuto, vista la sua intenzione di non rovesciare il governo degli ayatollah.
L’esca anche qui è stata posta con cura dal presidente.
Una volta ricevuto lo scontato rifiuto di Bruxelles a partecipare alla crisi iraniana, Trump ha fatto sapere che gli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione l’uscita dalla NATO, una decisione in realtà già presa nel corso di una riunione del suo gabinetto, sulla quale si disse di più in un precedente contributo.
Washington abbandonerà così il Patto Atlantico, già scaduto ai tempi del muro di Berlino, senza dimenticare che gli Stati Uniti proseguiranno il desiderato ritiro dal Medio Oriente, facilitato da Teheran che ha bombardato basi americane vuote da settimane, con viva soddisfazione del presidente Trump, che non vuole più spendere un centesimo per presidiare Israele e le sue derive imperialiste.
Compresa così la micidiale astuzia del magnate newyorchese, a Bruxelles si è diffusa una sensazione di sconforto, consapevoli che nulla potrà fermare il presidente americano dalla sua ferma volontà di smantellare la NATO.
A Tel Aviv l’atmosfera è altrettanto pesante, densa delle dichiarazioni ostili contro Trump, accusato di aver beffato lo stato ebraico.

Tziva Foghel, capo della commissione della sicurezza nazionale della Knesset accusa Trump di essere uscito fuori dalla crisi in Medio Oriente come una “papera
Israele e le trame eversive contro Trump
Se Israele riuscisse a trovare del buon senso nel mare del suo delirante sionismo messianico, cercherebbe una uscita ragionevole dalla crisi da essa innescata per evitare danni ancora maggiori di quelli già subiti fino ad ora, ma di ragionevolezza in Israele ce n’è poca, tanto che non può escludersi una nuova tessitura di qualche altra trama cospirativa per rovesciare il presidente, come già accaduto in passato.
Uno sguardo a tutta la interminabile serie di tentativi di assassinio del presidente o di colpi di Stato elettorali, rivela infatti la costante presenza della lobby sionista.
A Butler, ad esempio, l’aspirante assassino di Trump, Thomas Crooks, risultava essere uno studente del fondo di investimenti BlackRock, nel quale ci sono gli immensi capitali della famiglia Rothschild, dei Rockefeller, dei Morgan e degli altri signori della Federal Reserve Bank.
BlackRock dispone di una personalissima milizia di mercenari, utilizzata di volta in volta per uccidere leader politici, giornalisti o uomini di affari, divenuti d’intralcio per gli affari del serbatoio dell’economia mondiale.
Thomas Crooks non viene dal nulla.

Thomas Crooks
Crooks con ogni probabilità era un cosiddetto agente MK-Ultra, un soggetto sottoposto alle tecniche di controllo mentale studiate dalla Central Intelligence Agency, e addestrato come sicario da tali ambienti.
Quel giorno, i cospiratori erano così sicuri che il presidente sarebbe stato ucciso che iniziarono a muovere ingenti capitali dei loro fondi di investimento, in particolare l’Austin Investment Fund, verso delle scommesse al ribasso contro la società mediatica di Trump, certi del suo crollo in borsa dopo la morte del leader del movimento MAGA.
A Mar-a-Lago, solo due mesi dopo quel tentato omicidio, un altro aspirante assassino, Ryan Routh, addestrato nella caserma di Fort Bragg, nella Carolina del Nord, e intermediario dei nazisti di Kiev, a loro volta in strettissimi rapporti con Israele, cercò di uccidere il presidente nascosto dietro un cespuglio del suo campo da golf, prima che un agente del servizio segreto vedesse la canna del suo fucile spuntare dalla vegetazione.
Un altro inquietante episodio si è verificato nuovamente nella residenza di Trump lo scorso febbraio, e sul quale questo blog è stato in grado di dare una esclusiva internazionale, non raccontata da nessun organo di stampa, tantomeno da quelli alternativi.
La notte di domenica 22 febbraio un giovane, tale Austin Tucker Martin, si è introdotto nottetempo nella residenza del presidente.

Austin Tucker Martin
Secondo il servizio segreto della Casa Bianca, Trump quella notte sarebbe rimasto a Washington, ma in realtà il presidente si trovava lì, e Martin, armato di un fucile, di una tanica di benzina, e di una siringa avrebbe cercato di assalire Trump iniettandogli una sostanza prima di essere abbattuto dal servizio segreto.
La tentata somministrazione ha comunque provocato al presidente quella escoriazione che gli è comparsa sul collo nei giorni successivi all’agguato.
Il servizio segreto ha preferito per chiare ragioni di opportunità di non rendere noto l’accaduto per non destabilizzare il Paese, considerati i reiterati tentativi da parte della stampa americana di divulgare false informazioni allarmistiche sulla salute del presidente.
Sul tavolo c’è comunque una evidenza incontrovertibile.
C’è chiaramente una guerra senza quartiere da parte dell’apparato mondialista e sionista contro il presidente Trump, ma ogni tentativo fino ad ora è fallito, sventato soprattutto forse da una mano della Provvidenza che in più di un’occasione ha compiuto dei veri e propri miracoli, come accaduto il 13 luglio del 2024, quando il leader MAGA si salvò per un prodigio nel giorno di una della apparizioni di Fatima.
L’accordo tra Trump e l’Iran è l’ultimo capitolo di questo scontro che ora sembra essere entrato nella fase decisiva.
Trump sembra aver fatto davvero scacco matto allo stato di Israele.
Se lo stato ebraico non dovesse fermarsi, corre il rischio di andare incontro ad una disfatta ancora più disastrosa di quella del 70 d.C., quando Tito distrusse il tempio di Gerusalemme.
La storia lascia dietro di sè sempre lezioni, ma sembra che qualcuno si rifiuti di impararle.
Fonte: https://www.lacrunadellago.net/la-guerra-tra-trump-e-israele-scacco-matto-al-sionismo/
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