Certo che è proprio fortuna!
Le case farmaceutiche hanno investito 20 anni e miliardi di euro per trovare un farmaco contro demenza ed alzheimer, senza alcun successo, e poi scoprono che due vaccini che avevano già in casa funzionino benissimo per la “prevenzione”.
Art. di repubblica
Demenza e Alzheimer, due vaccini comuni potrebbero aiutarci a prevenirli
I risultati di nuovo studio evidenziano il ruolo protettivo del vaccino antinfluenzale contro varie forme di demenza. Ma i ricercatori invitano a mantenere la prudenza
C’è qualcosa di vertiginoso nell’idea che la difesa contro la malattia più temuta della vecchiaia possa nascondersi, da decenni, in fiale che nessuno aveva mai associato al cervello. Non farmaci di ultima generazione, non terapie geniche costruite in laboratorio molecola su molecola: vaccini comuni, pensati per tutt’altro. Uno per tenere a bada il fuoco di Sant’Antonio, l’altro per attraversare indenni l’inverno. Del primo abbiamo già scritto: l’esperimento naturale gallese sul vaccino contro l’Herpes zoster aveva mostrato un calo netto delle diagnosi di demenza, e aveva acceso un dibattito che non si è più spento. Ma un indizio isolato resta un indizio. Ora un ampio studio pubblicato su Neurology aggiunge un secondo tassello, e lo fa cambiando virus, vaccino e continente: protagonista è l’antinfluenzale. Due preparati diversi, contro due agenti diversi, che convergono sullo stesso esito. È il momento in cui, in epidemiologia, una coincidenza smette di sembrare tale.
L’indizio che si ripete
Il lavoro porta la firma del gruppo di Houston coordinato da Avram Bukhbinder e Paul Schulz, ed è costruito sui dati di quasi duecentomila ultrasessantacinquenni. La domanda era semplice e per certi versi inedita: non più “vaccinarsi o no”, ma quanto conta la dose. Il confronto era infatti tra l’antinfluenzale a dosaggio standard e quello ad alto dosaggio, la formulazione pensata per gli anziani, nei quali la risposta immunitaria tende a essere più debole. Il risultato: la versione ad alte dosi si associava a una riduzione del rischio di Alzheimer di quasi il cinquantacinque per cento rispetto alla dose standard, mentre la dose standard, a sua volta, lo abbassava di circa il quaranta per cento rispetto a chi non si vaccinava affatto. Più immunità, meno malattia, lungo una scala graduata. E come già nello studio sullo zoster, l’effetto protettivo appariva più marcato nelle donne: un dettaglio che torna troppe volte per essere casuale.
Un esperimento che la natura aveva disegnato da sola
Vale la pena ricordare da dove era partito tutto. La prova più solida sul vaccino contro lo zoster era arrivata nell’aprile del 2025 sulle pagine di Nature, grazie al gruppo di Pascal Geldsetzer, della Stanford University. Quando nel 2013 il servizio sanitario gallese aveva introdotto la vaccinazione, aveva fissato una soglia anagrafica netta: chi era nato dopo una certa data ne aveva diritto, chi era nato pochi giorni prima no. Due gruppi quasi identici per età, salute e stile di vita, separati solo dall’accesso al preparato. Un esperimento naturale, dove la sorte aveva fatto il lavoro che di norma spetta alla randomizzazione. Seguendo quelle persone per sette anni, i ricercatori avevano osservato che i vaccinati avevano una probabilità di ricevere una diagnosi di demenza inferiore di circa il venti per cento. In un campo dove le terapie disponibili rallentano la malattia di poco e a caro prezzo, un dato del genere pesa come una piccola rivoluzione.
