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    Home»Ogginotizie»La folle guerra di Israele all’Iran, il nuovo Ayatollah e il vicolo cieco dello stato ebraico
    Ogginotizie

    La folle guerra di Israele all’Iran, il nuovo Ayatollah e il vicolo cieco dello stato ebraico

    1 Marzo 2026Updated:1 Marzo 202610 Mins Read
    La folle guerra di Israele all’Iran il nuovo Ayatollah e il vicolo cieco dello stato ebraico
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    Giovedì scorso, le delegazioni americane e iraniane erano sedute al tavolo, ottimiste, sorridenti, convinte, anche nelle dichiarazioni che si potesse arrivare presto ad un accordo tra le parti e chiudere la annosa questione del nucleare iraniano.

    Dev’essere stata tale convinzione da parte di Washington e Teheran di arrivare alla firma di un accordo che ha spinto lo stato ebraico a cercare la disperata mossa del tutto per tutto, l’attacco alla repubblica islamica nel tentativo, o meglio nell’illusione, che si potesse arrestare la riconciliazione tra Stati Uniti e Iran.

    Israele così ha attaccato, e Trump, attraverso una serie di roboanti dichiarazioni, fa sapere di essere a bordo, anche se ci sono già diverse contraddizioni sul reale coinvolgimento americano nella disperata “impresa” israeliana.

    Secondo quanto riferito da CENTCOM, il comando militare americano nel Golfo persico, gli Stati Uniti non hanno sofferto nessuna perdita, né umana né materiale.

    Teheran ha iniziato a bombardare delle basi americane, tutte evacuate da giorni, segno che le due parti si erano sentite, come accaduto lo scorso giugno del 2025, quando gli Stati Uniti eseguirono dei raid aerei nei deserti intorno ai siti nucleari iraniani, rimasti perfettamente al loro posto, intatti.

    La base USA di al-Udeid in Qatar era vuota da tempo

    Si diceva che in guerra la prima vittima è la verità, ed è certamente vero, soprattutto  di questi tempi in degli scenari geopolitici dove abbondano la disinformazione, il depistaggio e l’arte della dissimulazione.

    Trump ne diede prova a tutti proprio lo scorso giugno.

    Gli organi di stampa, assistiti dai falsi media alternativi, rullavano entusiasti i tamburi della terza guerra mondiale.

    Si dicevano tutti convinti che Donald Trump avrebbe fatto scoppiare un terzo conflitto globale pur di compiacere lo stato ebraico, che invece venne bellamente beffato, lasciato lì con il cerino in mano mentre il presidente degli Stati Uniti si defilava e gridava “missione compiuta”.

    Israele alla ricerca dell’impossibile regime change a Teheran

    Si intravedono anche a questo giro delle similitudini con la crisi di giugno.

    Israele è ossessionata.

    Vuole a tutti i costi il regime change a Teheran, perché la Repubblica Islamica è un insopportabile macigno sulla strada della “chimera” dell’espansione dello stato ebraico, vagheggiata già da uno dei padri fondatori di Israele, l’ex primo ministro Ben Gurion.

    Israele non cerca infatti una casa per gli ebrei in giro per il mondo dai tempi della diaspora.

    Israele si fonda su un’idea, o meglio su una religione, di onnipotenza, di dominio incontrastato sul mondo intero.

    Coloro che si mettono di traverso sono bestie, minacce da eliminare senza pietà, senza badare troppo che siano anche donne e bambini, il bersaglio preferito di Tel Aviv.

    Gli Stati Uniti si sono ritrovati in condizione di vassallaggio, di servitù di un sistema di potere che ha trascinato Washington in un pantano di interminabili e sanguinose guerre per conto del sionismo mondiale, ma tale condizione si è arrestata nello stesso momento in cui è giunto Trump.

    Ci sono alcuni, soprattutto i vari disinformatori alternativi, che ripetono da anni il mantra di Trump “sionista”, nonostante essi siano incapaci di spiegare come mai da quando il magnate newyorchese è presidente, le guerre scoppiate siano pari a zero.

    Sono incapaci di spiegare costoro come mai, ad esempio in Siria, gli Stati Uniti si ritirino e lascino Israele alla mercé di un governo che non è stato chiaramente voluto da Tel Aviv, visto che le forze armate israeliane attaccano giorno e notte Damasco per rovesciare Al-Sharaa, molto vicino al presidente Putin.

    Il presidente Putin e Al-Sharaa

    C’è, come si diceva prima, il depistaggio che in pratica non è altro che l’arte di ingannare l’avversario, di simulare o dissimulare un determinato scenario pur di disinnescare una situazione di instabilità.

    A Damasco, chi può negare che le cose non siano andate effettivamente così?

    Uscito di scena Assad, la politica del governo siriano non è cambiata in nulla, ma la cosiddetta “comunità internazionale”, espressione che incarna un po’ tutto il complesso delle istituzioni liberali e globaliste è stata bella che buggerata, perché, in fin dei conti, volevano la caduta del “dittatore” siriano, senza però considerare lo scenario di instaurazione di un altro governo che non è nel loro controllo come il precedente.

    Mosca è sempre in Siria, le basi sono lì, e la geopolitica di Damasco resta saldamente vicina ai BRICS, ovvero proprio ciò che non volevano l’UE, la NATO e l’ONU.

    L’Iran e l’ayatollah: una sostituzione programmata?

    A Teheran si può dire che c’è in atto una rivisitazione di quanto già visto in Siria?

    L’Iran ieri ha smentito in diverse occasioni, fino alla tarda serata, la morte dell’ayatollah Khamenei.

    Israele aveva subito iniziato a far circolare la notizia che il leader della Rivoluzione Islamica era uscito di scena, che finalmente l’Iran era “libero”, e che era giunto il tempo per gli iraniani di prendere in mano il loro destino, che nel linguaggio di Israele significa diventare uno Stato coloniale in mano allo shah di Persia, vera e propria marionetta nelle mani della lobby sionista.

    A tarda notte, arriva l’improvviso dietrofront.

    Teheran annuncia la morte dell’ayatollah, ma non si vede per le strade nessun moto o (contro) rivoluzione in grado di rovesciare la Repubblica Islamica, e di conquistare i palazzi del potere.

    A Tel Aviv, devono essere molto miopi.

    L’Iran è un sistema, un apparato teologico che ha una struttura molto solida e ben definita, pensata per sostituire una eventuale assenza o dipartita improvvisa del proprio leader.

    La Rivoluzione Islamica non riguarda un solo uomo.

    Si tratta appunto di una teocrazia legata all’osservanza della religione sciita islamica, una corrente dell’Islam, particolarmente avversa a Israele, poiché la meno prona alle infiltrazioni terroristiche che invece si vedono dalle parti dei wahabiti dell’ISIS, tagliagole, non a caso, assistiti da Israele.

    Tel Aviv può, in cuor suo, guardare all’Iran e dirsi soddisfatta dell’accaduto?

    Si dice che tra i favoriti per sostituire l’ayatollah, ci sia il generale Ali Larijani, fedelissimo della Rivoluzione, alla quale la sua famiglia partecipò già nel 1978.

    Ali Larijani

    Un vero e proprio pasdaran, designato già in vita pare da Khomeini, a dimostrazione che l’Iran era già pronto da tempo a questa evenienza che era comunque inevitabile, visto che l’ayatollah aveva 87 anni.

    Trump, da par suo, ha già il terreno pronto per allontanarsi quanto prima da questa crisi.

    Qualsiasi cosa sia accaduto al leader della Rivoluzione Islamica, e qualsiasi cosa abbia portato alla sua uscita di scena, reale o meno che essa sia, il presidente degli Stati Uniti si è già costruito l’uscita di sicurezza per togliersi quanto prima dal pantano mediorientale attraverso l’annuncio della fine della “dittatura iraniana”, e lasciare così Israele ancora una volta con il cerino in mano come fece lo scorso giugno.

    Che ci sia un accordo tra le grandi potenze sull’esito di questa crisi, appare pacifico.

    Mosca tace.

    Il presidente russo, Vladimir Putin, non ha mosso un dito per intervenire contro il cosiddetto “attacco” americano, segno che l’azione militare è prevalentemente israeliana, e segno che le due parti non hanno mai smesso di sentirsi e di coordinare le loro strategie per disinnescare i vari scenari di destabilizzazione.

    Il precedente del Venezuela

    Lo si vide già a Caracas, due mesi addietro.

    Gli Stati Uniti dichiararono di aver “prelevato” il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, senza però che le forze armate del Paese sparassero un colpo e con una facilità pressoché irrisoria.

    A Caracas intanto c’è ancora il governo di Maduro. I ministri sono tutti al loro posto.

    Trump si è rifiutato di mettere al posto di Maduro il fantoccio dell’UE e dell’ONU, quella Corina Machado, vincitrice del premio Nobel per la Pace, che è rimasta a bocca asciutta, beffata dalla manovra di Washington e del suo falso regime change, che nulla ha spostato nel palazzo Miraflores.

    Una volta “rimosso” Maduro, e favorita la successione del suo vice, Delcy Rodriguez, gli Stati Uniti hanno avuto però il pretesto ufficiale per poter avviare la fase del disgelo con Caracas attraverso la rimozione delle sanzioni e un accordo commerciale che prevede la fornitura della tecnologia estrattiva americana per aumentare la produzione petrolifera senza portare ad alcuna privatizzazione delle risorse energetiche del Venezuela, come affermavano i vari Lucio Caracciolo e Marco Travaglio, assistiti, ça va sans dire, dai falsi media alternativi, smentiti anche in tale occasione.

    Delcy Rodriguez e il segretario all’Energia USA, Chris Wright

    Se si fa un giro su tali canali, si ascolta di nuovo la stessa stonata musica.

    Si sente gridare nuovamente a Trump “sionista” o “guerrafondaio”, nonostante il presidente non abbia fatto scoppiare una sola guerra dall’inizio del suo primo mandato, e nonostante anche in tale occasione sembrano esserci tutti gli elementi per poter dire che gli Stati Uniti stiano seguendo una linea molto simile a quella vista in Siria, in Venezuela, e nello stesso Iran a giugno del 2025.

    Ci si lamenta che non ci sia chiarezza e linearità da parte di Trump attraverso l’annuncio di non voler avere nulla a che fare con lo stato ebraico, ma questa è una guerra che si combatte contro un potente apparato, mediatico e politico, e la dissimulazione viene fatta prima di tutto contro l’avversario per fargli credere, almeno pubblicamente, che gli Stati Uniti non gli sono ostili.

    Washington è infestata da lobby sioniste.

    I presidenti del secolo scorso hanno dovuto tutti rendere conto a questi poteri, e chi ha “osato” disallinearsi è incorso nella fine del presidente Kennedy, ucciso sulla pubblica piazza di Dallas il 22 novembre del 1963, un monito della punizione inflitta a chi non esegue le volontà di Israele.

    Trump si è trovato nelle medesime condizioni.

    E’ incorso nella stessa trafila di attentati contro la sua vita, ad alcuni dei quali il presidente è scampato per puro miracolo, come si vide a Butler.

    Se il presidente è “sionista”, allora bisognerebbe rispondere a delle semplici domande.

    Perché mai contro di lui ci sono stati attentati nei quali c’era il coinvolgimento di gruppi sionisti, come a Butler, e perché ci fu una frode elettorale nel 2020 ai suoi danni, che fu finanziata da magnati e multinazionali vicine a Israele?

    Trump uscito indenne dal miracolo di Butler

    Se Israele ha il suo presidente, non si comprende perché mai debba cercare di fare di tutto per eliminarlo, così come non si comprende, se Trump è uomo di Israele, perché Tel Aviv non si sia espansa, e perché si sia fermato il genocidio di Gaza attraverso un consiglio di pace che sta per portare truppe straniere a guardia della Striscia, uno scenario che lo stato ebraico non voleva e non vuole in nessun modo.

    Ci sono troppi fatti che indicano invece che Trump depista molto Israele, e la lascia alla mercé dei suoi avversarsi, come sta accadendo in queste ore.

    I missili iraniani arrivano tutti a bersaglio.

    Gli Stati Uniti non intervengono per fermarli, altro segno che Israele è sola in questa sua folle guerra, e che dovrà vedersela con l’Iran senza che qualcuno venga a salvarla, come accadeva ai tempi dell’amministrazione di George W. Bush.

    L’alba di Israele è iniziata con altri missili iraniani che cadono e seminano devastazione.

    Tel Aviv sembra caduta in una micidiale trappola per via della sua inguaribile volontà di potenza.

    Lo stato ebraico inseguiva un sogno imperiale, mentre ora non è nemmeno più sicura del suo futuro in quel pezzo di terra occupato da 78 anni.

    Se questa epoca è chiaramente una nella quale si assiste alla fine del potere della governance globale, è del tutto naturale che finisca anche il potere assoluto dello stato ebraico.

    Il secolo di Israele sta finalmente volgendo al termine.

    Fonte: https://www.lacrunadellago.net/la-folle-guerra-di-israele-alliran-il-nuovo-ayatollah-e-il-vicolo-cieco-dello-stato-ebraico/


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