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    Home»Attualità»Le istruzioni di Trump sull’Italiagate all’ambasciatore americano e il panico della politica italiana
    Attualità

    Le istruzioni di Trump sull’Italiagate all’ambasciatore americano e il panico della politica italiana

    1 Febbraio 2026Updated:1 Febbraio 202612 Mins Read
    Le istruzioni di Trump sull’Italiagate all’ambasciatore americano e il panico della politica italiana
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    Un tweet, o post, sulla rete sociale Truth da parte del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato più che sufficiente per mandare nel panico più assoluto la politica italiana.

    Il presidente ha condiviso qualche giorno addietro un post nel quale si parlava nuovamente del caso noto come Italiagate e del quale si diede notizia in esclusiva su questo blog verso la fine del 2020.

    Il post condiviso da Trump sul ruolo di Leonardo nella frode del 2020

    Durante la notte elettorale del 3 novembre del 2020, avvenne la genesi di questo scandalo.

    Quella notte si mise in moto una massiccia macchina eversiva contro il presidente uscente Donald Trump.

    I sondaggi, anche quelli più manipolati contro il candidato dei repubblicani, assegnavano tutti un chiaro vantaggio di Trump contro il debole sfidante democratico, Joe Biden, tra i candidati meno carismatici e soprattutto meno popolari proposti dal partito della sinistra progressista americana.

    Trump aveva vinto senza difficoltà.

    Una volta che i seggi si erano chiusi, il verdetto era inappellabile.

    Trump aveva sbaragliato il suo avversario, ma è proprio in quegli istanti che il broglio elettorale aveva iniziato a prendere forma.

    Vennero portati pacchi di voti postali che contenevano larghissima parte di voti tutti assegnati a Biden, e tra i quali vennero trovati voti di persone morte da anni, le quali probabilmente erano uscite dalle tombe per l’occasione pur di votare il candidato del partito democratico.

    La frode era vasta, enorme ed eseguita in diversi stati, soprattutto quelli più decisivi, i cosiddetti swing states, in grado di far pendere l’elezione da una parte all’altra.

    Il broglio non è stato però solamente cartaceo, ma soprattutto elettronico.

    Una volta che i vari architetti di questa enorme frode si erano resi conto che i voti postali da soli non erano sufficienti per spostare le sorti delle elezioni a favore di Joe Biden, sono entrati in scena Paesi stranieri che hanno messo a disposizione le loro tecnologie pur di arrivare al risultato sperato, ovvero quello di rovesciare il presidente degli Stati Uniti.

    La frode cibernetica e Leonardo

    Ci fu il contributo della Svizzera, della Germania, Paese nel quale diverse fonti militari riferirono che ci fu una sparatoria in una stazione della CIA di Francoforte per impossessarsi dei server usati per l’operazione, e soprattutto dell’Italia, che mise a disposizione, secondo fonti di intelligence americane e italiane, la tecnologia della società leader del settore aerospaziale Leonardo.

    Leonardo risulta essere l’intera chiave della storia.

    La sede di Leonardo a Roma

    Il primo a parlare di un coinvolgimento attivo della ex Finmeccanica è stato l’ex agente delle CIA, Bradley Johnson, che riferì come l’utilizzo di un satellite militare si rivelò decisivo per spostare una enorme mole di voti da Trump a Biden.

    La frode è stata estesa, vasta e complessa e ha visto la partecipazione di multipli attori.

    Viene chiamato direttamente in causa l’allora presidente del Consiglio dell’epoca, Giuseppe Conte, il quale avrebbe dato il suo necessario benestare per usare Leonardo, una società partecipata dal ministero dell’Economia al 30%, ma che nel restante azionariato vede la partecipazione di diversi attori stranieri, tra i quali c’è la Sachem Head Capital Management LP, fondata dal finanziere Scott Ferguson nel 2012 a New York.

    Giuseppe Conte

    Ferguson è un nome forse tra i meno noti dell’alta finanza newyorchese, ma lo si trova non di rado in operazioni di grosso calibro, come quella che qualche anno addietro portò alla fusione del suo fondo di investimenti con la International Flavors & Fragrances Inc, una società del settore alimentare di proprietà dei DuPont.

    I DuPont negli Stati Uniti sono senza dubbio il nome che rappresenta il famoso, o famigerato, colosso della chimica, e questa famiglia è una di quelle che fanno parte del vero potere finanziario che ha governato a lungo gli Stati Uniti, e che si trova nell’ubiquo fondo di investimenti BlackRock.

    Nella lista degli azionisti di Leonardo c’è proprio BlackRock, la società che ha fagocitato larghi settori dell’economia mondiale, affiancata dalla sua gemella, il fondo Vanguard, i cui azionisti oggi non sono nemmeno noti, come viene riportato nel sito stesso del fondo.

    Risalire ai veri proprietari di BlackRock e Vanguard è un esercizio che prevede l’inizio di un paziente viaggio, nel quale bisogna a poco a poco e volta per volta individuare tutte le scatole cinesi nelle quali sono presenti questi due fondi, e dove, alla fine del viaggio, si incontrano gli investimenti dei citati DuPont, affiancati da altre due famiglie di primissimo piano dell’economia mondiale quali i Rothschild e i Rockefeller.

    Leonardo è evidentemente ben lungi dall’essere una partecipata statale.

    E’ una società per azioni, molte delle quali sono in mano a società straniere angloamericane che di fatto si ritrovano ad essere le vere proprietarie ombra della società aerospaziale, eccellenza della tecnologia militare italiana, appaltata però ad altri soggetti privati che ne governano gli indirizzi e le politiche.

    Gli uomini di Leonardo: Gianni De Gennaro e Alessandro Profumo

    A dirigerla dal 2013 al 2020, c’è stato un noto personaggio delle istituzione italiane, come Gianni De Gennaro.

    De Gennaro è probabilmente uno dei dirigenti di polizia più famosi della storia repubblicana e uno di quelli che ha attraversato molte epoche, a cominciare dagli anni della Prima Repubblica, nei quali era direttore del servizio centrale operativo, fino al grande balzo compiuto negli anni successivi del golpe di Mani Pulite.

    La stella di De Gennaro inizia a brillare sempre di più verso la fine degli anni’90.

    Il governo del dottor Sottile, ovvero Giuliano Amato, già grande cerimoniere della svendita dell’industria pubblica di Stato assieme al suo sodale, Mario Draghi, decide di nominarlo capo della Polizia il 28 gennaio del 2000, un incarico che verrà confermato dal successivo governo di centrodestra di Silvio Berlusconi.

    Il nome di De Gennaro diviene noto all’opinione pubblica proprio in quegli anni, quando nell’estate del 2001 hanno luogo i famigerati fatti del G8 di Genova.

    A Genova, va in scena la repressione, tra molti oppositori “no global” di facciata, quali Vittorio Agnoletto, fervente sostenitore dell’Unione europea, e Luca Casarini, animatore dei centri sociali, e oggi attivo nel traghettamento di immigrati clandestini attraverso il sostegno delle famigerate NGO, lautamente finanziate da Soros.

    De Gennaro resta al suo posto, anche dopo i fatti della controversa irruzione nella scuola Diaz, e anche dopo che le orde di uomini vestiti di nero, i famigerati Black Bloc, devastano Genova senza che nessuno si muova per fermarli.

    I Black Bloc possono considerarsi a tutti gli effetti un avamposto dei servizi, una milizia gestita dagli apparati dell’intelligence per seminare caos e devastazione e macchiare così l’immagine della protesta e delle ragioni di chi si opponeva alla globalizzazione.

    Di loro, non si ebbe più praticamente notizia dopo il 2001, segno che avevano ormai servito gli scopi dei globalizzatori che li rispedirono nei vari reparti dedicati dei servizi.

    La parabola di De Gennaro intanto inizia a superare i confini nazionali, quando arrivano i riconoscimenti e i premi dal cuore dell’establishment, allora incarnato senza dubbio dal governo parallelo di Washington.

    L’FBI di George W. Bush decide di insignirlo nel 2006 del premio Medal of Meritous Achievements, una circostanza che sarà ricordata poco dopo in termini caustici dall’ex presidente della Repubblica e storico picconatore, Francesco Cossiga, nel 2007.

    Cossiga chiede chiarimenti su delle liste di giornalisti a libro paga dei servizi, e apostrofa De Gennaro come un “losco figuro”, “un manutengolo della Fbi americana” che è “passato indenne dalla tragedia di Genova,  e passato indenne dopo aver confezionato la polpetta avvelenata che ha portato alle dimissioni di un Ministro dell’interno.”

    Nonostante le polemiche sul suo nome, la carriera del dirigente di Polizia non conosce intralci, tanto che nel 2013, ai tempi del governo di Enrico Letta, uomo del gruppo Bilderberg, viene nominato presidente di Finmeccanica, oggi Leonardo, e presidente del Centro Studi Americani, un think tank che si trova a Roma a via Caetani, la strada nella quale venne rinvenuto il cadavere di Aldo Moro, e che al suo interno ha, tra gli altri, personaggi come il citato Giuliano Amato, la bilderberghina Monica Maggioni, il diplomatico e membro della Commissione Trilaterale fondata da David Rockefeller, e Giampiero Massolo, membro anche dell’Aspen Institute, altro circolo globalista di riferimento della famiglia Rockefeller.

    Sono i nomi del vero potere.

    Sono i nomi della fitta rete di istituti, circoli, think tank dei quali fanno parte gli uomini che contano della politica italiana, e sono i nomi, come quello di De Gennaro, che dirigono Leonardo per 7 anni.

    Lo scandalo dell’Italiagate nel 2020, negli ultimi mesi di De Gennaro alla guida di Leonardo, sostituito nel maggio di quell’anno dal generale Luciano Carta, membro di un altro think tank di riferimento dell’establishment italiano come l’ISPI, uno dei vari epigoni del Bilderberg in Italia.

    A ricoprire allora l’incarico di amministratore delegato dell’azienda aerospaziale c’era invece Alessandro Profumo, già presidente del Monte dei Paschi ed ex AD di Unicredit.

    Alessandro Profumo

    Profumo frequenta gli stessi ambienti di De Gennaro.

    Si trova il suo nome nelle Commissione Trilaterale e nell’istituto Aspen, altra camera riservata del potere globalista in Italia presieduta da Giulio Tremonti.

    Ovunque si guardi Leonardo, si trovano costantemente uomini legati a questi potenti circoli transnazionali, i quali hanno un’agenda precisa che prevede la costruzione di una governance globale.

    Sono questi gli ambienti che governano Leonardo e sono questi gli ambienti che, secondo le citate fonti, eseguono la frode elettorale dopo aver ricevuto il placet di Giuseppe Conte, sostenuto da un altro personaggio dello stato profondo militare come il generale Claudio Graziano, fedelissimo dei circoli Euro-Atlantici e morto in circostanze poco chiane nel giugno del 2024.

    Il generale Graziano

    Graziano sarebbe stato il coordinatore materiale di una frode avvenuta nelle stanze dell’ambasciata americana di via Veneto, allora diretta da Lewis Eisenberg, americano di origini ebraiche molto vicino agli ambienti sionisti neocon, da sempre molto ostili al presidente Trump.

    Ad eseguire la frode cibernetica sarebbe stato l’hacker Arturo D’Elia, ex dipendente di Leonardo, vicino alla National Security Agency con la quale l’esperto informatico praticava delle esercitazioni.condivise dal giovane campano sulla sua pagina Facebook.

    Su quella pagina, D’Elia riportava il motto di Gladio, “Silendo libertatem servo”, l’esercito clandestino della NATO in Italia, un’altra circostanza che dimostra come l’uomo fosse molto integrato negli ambienti atlantici.

    La pagina Facebook di D’Elia 

    L’hacker viene arrestato dalla procura di Napoli appena un mese dopo la frode elettorale per reati che risalivano ad almeno tre anni prima.

    D’Elia finisce dietro le sbarre, nega di essere stato l’esecutore delle frode cibernetica e patteggia 3 anni per avere in cambio la libertà.

    Il silenzio, in certi casi, sembra essere veramente d’oro.

    Il golpe contro il presidente Trump è stato comunque, in tutta evidenza, vasto e soprattutto internazionale.

    C’è stata una collaborazione attiva di massimi esponenti della politica italiana e dei suoi servizi di intelligence, che si sono messi a disposizione di quegli ambienti negli Stati Uniti, in particolar modo la CIA, che volevano rovesciare il presidente Trump e mettere al suo posto Joe Biden.

    Lo stato profondo italiano si rivelò quindi anche in tale occasione come il più stretto alleato degli ambienti Euro-Atlantici ostili a Trump.

    C’è un inseparabile filo rosso che lega il sottobosco della politica italiana agli ambienti di Washington.

    Si tratta di un legame che è stato instaurato già dai tempi della seconda guerra mondiale, quando sotto la tenda di Cassibile nel settembre del 1943 vennero di fatto consegnate le chiavi del potere in Italia agli angloamericani.

    La sovranità morì quel giorno.

    L’Italia, come il resto dei Paesi europei, divenne una colonia di Washington, e tale condizione rimase immutata per tutta la storia repubblicana, aggravatasi ancora di più dopo il golpe giudiziario di Mani Pulite del 1992, quando furono chiusi gli ultimi spazi di sovranità limitata, e la politica sparì definitivamente, sostituita dalle comparse presenti che eseguono qualsiasi ordine venga loro richiesto.

    Tra questi ordini c’era lo Spygate che vide una diretta partecipazione dei servizi italiani nello spionaggio illegale contro Trump, autorizzato, secondo diverse fonti, dall’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi, su richiesta dell’ex presidente Obama, ormai sempre più sommerso dalle prove schiaccianti uscite dai recenti documenti ai suoi danni.

    C’è anche tra tali direttive il secondo capitolo della guerra della politica italiana a Donald Trump, ovvero il citato Italiagate di Leonardo.

    Il panico della politica italiana e i colloqui di Trump con l’ambasciatore Fertitta

    Appena il presidente Trump ha iniziato a parlare nuovamente dello scandalo, un fremito di paura ha attraversato i banchi di Montecitorio fino a salire al Colle che si rifiutò persino di ricevere il vicepresidente Vance durante la sua visita a Roma, uno sgarbo, che secondo fonti vicine all’amministrazione americana, non è stato per nulla gradito da Donald Trump.

    Secondo le stesse fonti, ora il presidente si sarebbe messo di nuovo all’opera per arrivare a colpire i responsabili dell’Italiagate.

    Risulta esserci stato un colloquio tra il presidente e l’ambasciatore americano in Italia, Tilman Fertitta, il quale sarebbe stato edotto sulla vicenda e sulle prove che l’amministrazione Trump ha in mano.

    L’ambasciatore Tilman Fertitta

    Nei giorni passati, c’è stato un primo segnale delle mosse intraprese da Trump.

    Gli uffici della contea elettorale di Fulton County, in Georgia, sono stati sottoposti ad una perquisizione di 12 ore eseguita dagli uomini dell’FBI e diretta da Tulsi Gabbard, che in quei momenti aveva delle fitte conversazioni al telefono, forse proprio con lo stesso presidente Trump, per informarlo sui ritrovamenti fatti dagli agenti federali.

    Le mosse di Trump hanno scatenato un vero e proprio terremoto politico le cui onde sono partite dagli Stati Uniti fino ad arrivare in Italia, altro epicentro chiave della cospirazione.

    Gli organi di stampa si sono rifugiati nel loro consolidato esercizio di provare a liquidare come “bufala” qualsiasi reale scandalo che minacci i proprietari della carta stampata, ma mettere la testa sotto la sabbia non servirà a nulla.

    Il presidente Trump sta per chiudere i conti in sospeso con i paria della politica italiana.

    Lo scandalo dell’Italiagate ha una forza esplosiva, in grado di travolgere i vari partiti che si sono adoperati non poco per rovesciare il presidente degli Stati Uniti e provare a ristabilire così il vecchio ordine Euro-Atlantico.

    Il loro piano è però miseramente fallito.

    La repubblica di Cassibile voluta dagli angloamericani non è mai stata così vicina alla sua caduta come lo è ora.

    Fonte: https://www.lacrunadellago.net/le-istruzioni-di-trump-sullitaliagate-allambasciatore-americano-e-il-panico-della-politica-italiana/


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