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    Home»Attualità»La verità insabbiata sull’omicidio dell’ambasciatore Attanasio: il traffico pedofilo in Congo
    Attualità

    La verità insabbiata sull’omicidio dell’ambasciatore Attanasio: il traffico pedofilo in Congo

    30 Marzo 202610 Mins Read
    La verità insabbiata sull’omicidio dell’ambasciatore Attanasio - il traffico pedofilo in Congo
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    D’incanto, si sono di nuovi accesi, ma solo per brevi istanti, i riflettori sul caso della morte dell’ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, ucciso in un agguato in Congo il 21 febbraio del 2021 assieme al carabiniere di scorta assegnato alla sua protezione, Vittorio Iacovacci, e Mustapha Milambo, l’autista del programma alimentare delle Nazioni Unite, il PAM, attivo nella zona da diverso tempo.

    Secondo il deputato di Fratelli d’Italia, Andrea Di Giuseppe, il movente della strage sarebbe da ricondursi ad un presunto traffico di visti che l’ambasciatore Attanasio avrebbe scoperto essere in corso da prima del suo arrivo a Kinshasa.

    Una volta che il diplomatico della Farnesina avrebbe iniziato ad indagare su questo giro di visti venduti per delle cifre attorno ai 5000 euro, i gestori di tale traffico si sarebbero mossi per eliminare Attanasio, divenuto ormai d’intralcio agli affari di coloro che vendevano dei soggiorni a pagamento per l’Italia e l’Unione europea.

    Secondo Di Giuseppe, ci sarebbero due supertestimoni che avrebbero descritto tale dinamica, ma nella storia sembrano esserci alcune incongruenze.

    Su tutte quella dei gestori del traffico, che presumibilmente dovevano in qualche modo operare con la sponda dell’ambasciata italiana, e dei predecessori di Attanasio, i quali, una volta lasciata la sede diplomatica congolese, avrebbero potuto fare ben poco di fronte alla nuova politica dell’ambasciatore.

    L’ambasciatore Attanasio in realtà sembrava aver toccato fili molto più pericolosi e delicati di quelli di un “semplice” traffico di visti.

    Il Congo e la rete pedofila

    Secondo le fonti diplomatiche interpellate da tale blog già in passato, il traffico di passaporti e di permessi per l’Italia nel continente africano, e in altri luoghi del mondo, è qualcosa che va avanti dalla notte dei tempi.

    Ci sono diversi diplomatici senza scrupoli che non esitano a vendere passaporti e altri permessi per sbarcare in Europa, ma la verità sulla morte di Attanasio non è da ricercarsi in dei traffici che purtroppo risultano essere consuetudine in diverse ambasciate e consolati.

    Secondo le citate fonti istituzionali e diplomatiche, sono ben altri gli interessi che avrebbe toccato l’ambasciatore, il cui omicidio è stato ordinato da coloro che in Congo gestivano una vasta rete pedofila.

    Attanasio era arrivato da pochi mesi nel Paese, ma aveva iniziato a indagare sul vasto giro di traffici di esseri umani che si trova da tempo in Congo.

    La storia della rete pedofila in Congo è infatti alquanto antica.

    Secondo quanto riportato dagli stessi organi di stampa Occidentali, già nel 2004, era stato scoperto un vasto giro di pedofilia che vedeva coinvolti i cosiddetti “peacekeeper”, i caschi blu delle Nazioni Unite, macchatisi di almeno 60mila stupri pedofili in ogni parte del mondo.

    Li si vede spesso chiedere anche finanziamenti per loro iniziative nelle varie reti televisive, soprattutto la RAI, ma a viale Mazzini non sembrano molto interessati alla lunga storia di abusi, comprovati, commessi da tali lupi vestiti da agnelli, fattisi passare per protettori dei bambini, mentre invece sono i primi orchi attivi nella rete pedofila.

    In Congo, c’era, e c’è tutto questo.

    Nel 2004, venne fuori quella che si può definire la punta dell’iceberg.

    Nel palazzo di vetro delle Nazioni Unite regnava forte l’imbarazzo, quando Jane Holl Lute, allora direttrice del dipartimento delle operazione di peacekeeping, il cosiddetto DPKO, fu costretta ad ammettere che le prove degli abusi pedofili da parte delle uniforme blu erano semplicemente schiaccianti.

    Jane Holl Lute

    Secondo la Lute, sarebbero stati scoperti almeno 150 casi di abusi commessi dagli 11mila peacekeeper dell’ONU, numeri probabilmente da essere considerati al ribasso, soprattutto perché negli anni a venire le indagini si sono perse nel nulla.

    Nel solo villaggio di Bunia, vennero scoperti 68 casi di abusi pedofili, fino a quando a muoversi non fu la polizia congolese, che decise di iniziare a investigare sulla rete di pedofili in blu attiva in Congo.

    Venne così tese una “trappola” ad uno dei pedofili dell’ONU, un francese che lavorava presso l’aeroporto di Goma.

    All’uomo fu fatto credere di avere la possibilità di avere un incontro con una 12enne, inviatagli dagli ufficiali di polizia congolesi, i quali , appena fatta irruzione nell’abitazione del funzionario delle Nazioni Unite, trovarono una vasta raccolta di materiale pedopornografico.

    La città di Goma, centro pedofilo in Congo

    Fotografie e video di stupri pedofili che uscivano probabilmente dal Congo, scambiati sui mercati neri online e non dalla vasta rete pedofila globale che vende e rivende tale materiale, spesso anche più atroce, se possibile, della sola pornografia infantile quando si sconfina nel mondo dei film snuff, filmati nei quali le vittime vengono uccise davanti alla telecamera per il “piacere” delle menti deviate che sono coinvolte in questi traffici.

    C’era a Goma e in Congo però molto di più.

    C’era un giro di pedofili protetti dalla alte sfere che riuscirono a cavarsela senza troppe difficoltà poiché nonostante le parole indignate della Lute di quegli anni, le varie inchieste finirono in una bolla di sapone, i pedofili vennero solo trasferiti in diversi casi, mentre in altri  nemmeno quelli, lasciati lì al loro posto senza che venne fatto nulla per incriminarli.

    Qualcuno aveva già denunciato in quegli anni la vasta rete pedofila presente nell’ONU.

    Secondo il generale della fazione ribelle Jean Pierre Ondekane, divenuto poi ministro della Difesa nel governo di transizione nazionale fino al 2006, la Monuc, la missione delle Nazioni Unite in Congo, sarà ricordata solo per “essere andata dietro alle bambine”, una situazione che è rimasta immutata nel corso degli anni.

    Attanasio aveva iniziato a indagare su quella rete che continuava a operare indisturbata nel Paese.

    Secondo le citate fonti diplomatiche, l’ambasciatore italiano era determinato a risalire ai vari giri pedofili che vedevano ancora una volta coinvolte le Nazioni Unite, senza trascurare il ruolo della Francia, un Paese molto attivo nella zona, interessato a non far emergere scandali e a continuare lo sfruttamento delle risorse minerali del posto, sulla falsariga dello sfruttamento coloniale di un bel pezzo del continente africano, un tempo intrappolato nella Françafrique, e oggi più vicino all’affrancamento da Parigi attraverso la partecipazione al mondo multipolare.

    La verità perciò non sarebbe nascosta in un traffico di visti, ma in un traffico di esseri umani, e le modalità dell’agguato contro l’ambasciatore in Congo suggeriscono che l’operazione è stata premeditata, ed eseguita da professionisti che avevano ricevuto istruzioni molto precise.

    Attanasio non doveva uscire vivo da quello scontro a fuoco.

    I depistaggi della stampa italiana sull’agguato

    Secondo i primi resoconti, non veritieri, degli organi di stampa italiani, il diplomatico italiano sarebbe stato vittima di un agguato da parte delle Forze democratiche di liberazione del Ruanda, un gruppo di ribelli ruandesi rifugiatisi nel vicino Congo, in opposizione allo spietato dittatore che si è instaurato nel Paese, quel Paul Kagame, responsabile del genocidio dei Tutsi.

    Kagame, leader del movimento per la liberazione del Ruanda e del fronte patriottico ruandese (RPW) , godeva della protezione della NATO e dello stato di Israele, e non ebbe difficoltà a ordinare ai suoi uomini di infiltrarsi per indossare le uniformi degli Interahamwe, utilizzate dalle milizie Hutu, sulle quali poi ricaddero le colpe della responsabilità dei massacri eseguiti invece da un sanguinario despota voluto fortemente dall’apparato Euro-Atlantico per controllare meglio una regione strategica e ricca di risorse minerarie come il Ruanda.

    Paul Kagame

    Sono stati gli stessi comandanti del RPW a confermare che gli uomini di Kagame si erano infiltrati tra le fila degli Interahamwe per eseguire i massacri contro l’etnia Tutsi, ma non una parola delle verità nascoste di questo genocidio sono arrivate sulla stampa Occidentale, schieratasi da tempo con il presidente ruandese, su ordine dei vari ambienti anglosionisti.

    Si spiega così perché molto frettolosamente e maldestramente, gli stessi organi di stampa italiani si sono precipitati ad accusare le FDLR, nonostante Attanasio sia stato ucciso sulla strada RN2, nei pressi del villaggio di Rugari, una zona che non è sotto il controllo delle milizie ribelli ruandesi, ma di varie bande di criminali e tagliagole locali assoldati dai gruppi stranieri che controllano il Congo.

    Lo spiegò anche il giornalista congolese Nicaise Bel, ignorato dalla stampa italiana, poiché le sue indagini erano evidentemente scomode ad una certa narrativa.

    L’agguato sulla strada RN2: operazione premeditata

    Gli assalitori di Attanasio erano lì da giorni.

    La strada dove avvenne l’agguato contro l’ambasciatore Attanasio

    Sapevano che l’ambasciatore sarebbe passato di lì.

    Qualcuno che sapeva degli spostamenti del diplomatico aveva avvertito gli assassini che si erano fatti trovare lì pronti a fare fuoco.

    Sotto la “lente” investigativa della procura di Roma erano finiti in un primo momento Rocco Leone e Mansour Rwagaza, funzionari proprio delle Nazioni Unite.

    Secondo i magistrati romani, Leone e Rwagaza sarebbero stati i responsabili della falsificazione dei documenti di viaggio dell’ambasciatore,  al quale è stata così negata la scorta armata della quale aveva bisogno.

    Sembra che però i banditi avessero un obiettivo preciso.

    Il mandato era uccidere Attanasio e chi lo proteggeva e nessun altro, una ipotesi che spiegherebbe come abbia fatto miracolosamente Leone a scampare all’agguato.

    Secondo quanto trapelato dalla deposizione fatta dal funzionario italiano dell’Onu, l’uomo sarebbe riuscito a mettersi in salvo “inciampando” o “buttandosi per terra”, una dichiarazione a dir poco anomala, come se il gettarsi a terra lo avrebbe fatto sparire dalla vista degli assalitori che avrebbero potuto finirlo facilmente anche se Leone si fosse adagiato al suolo.

    Rocco Leone, al centro, assieme all’ambasciatore Attanasio e a Vittorio Iacovacci, primo a destra

    Gli spostamenti del funzionario sono a dir poco un rebus.

    Venne detto in un primo momento che Leone sarebbe riuscito a rifugiarsi in un ristorante nei pressi di Goma, di proprietà di un italiano, Michele Macrì, nel quale la sera prima si era recato a cena proprio l’ambasciatore italiano in Congo.

    Il ristorante però dista almeno 30 km dal luogo dell’agguato.

    Leone quindi sarebbe riuscito a sfuggire ai proiettili degli assalitori gettandosi per terra, i quali poi, non si sa bene come, non lo avrebbero visto allontanarsi a piedi dal luogo della strage.

    La chiave per risalire alla dinamica della morte di Attanasio sembra essere proprio il funzionario ONU e i suoi successivi spostamenti, ma la procura di Roma, che si era comunque incamminata sulla pista errata del rapimento per estorsione, proscioglie l’uomo per difetto di giurisdizione, poiché la Farnesina di Antonio Tajani diede parere favorevole a riconoscere l’immunità diplomatica a Leone.

    L’omicidio Hassani: stessi mandanti?

    14 giorni dopo, avviene un’altra morte eccellente quale quella del procuratore militare William Hassani, che stava indagando sull’omicidio di Attanasio e Iacovacci.

    Hassani trova la morte allo stesso modo del diplomatico italiano.

    Il procuratore militare stava percorrendo ancora una volta quella strada insanguinata, la RN2 percorsa due sole settimane prima da Attanasio.

    Ad attendere Hassani c’è un commando che sembra aver ricevuto le stesse consegne ricevute per l’ambasciatore della Farnesina.

    Sparare per uccidere. Hassani viene crivellato di corpi, e la sua inchiesta sulla morte di Attanasio finisce ancora prima di iniziare.

    C’è un evidente legame tra queste due morti, un filo rosso che non riconduce ad una presunta storia di visti falsi, ma ad un vasto traffico pedofilo sul quale Attanasio aveva iniziato da poco ad indagare, ma sembra che nessuna voglia seguire questo filo.

    Sembra che tutti preferiscano alzare cortine fumogene e continuare a prendersi gioco dei parenti di questa strage che ha mandanti molto eccellenti.

    Gli stessi mandanti che da decenni hanno trasformato il Congo in un porto sicuro della rete pedofila delle Nazioni Unite.

    Fonte: https://www.lacrunadellago.net/la-verita-insabbiata-sullomicidio-dellambasciatore-attanasio-il-traffico-pedofilo-in-congo/


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