Anni fa, ai tempi del governo gialloverde, si presentò con l’appellativo di “avvocato del popolo”, anche se Giuseppe Conte il popolo nelle sue cause e nella sua improvvisa carriera politica non lo ha mai realmente rappresentato.
Conte è stato scelto sin dai primi istanti dagli ambienti pentastellati e aveva già nel 2018 la reputazione di essere un uomo vicino agli ambienti della sinistra progressista, tanto che nel successivo governo giallorosso, quello tra PD e M5S, divenne una sorta di cerniera tra il mondo piddino e quello grillino, che in fin dei conti è stato pensato sin dagli inizi da Casaleggio per essere una nuova versione della sinistra radicale.
L’abilità del non compianto Gianroberto Casaleggio, socio d’affari di Enrico Sassoon, imparentato con i Rothschild, è stata quella sin dal principio di mischiare le carte, di far credere, assistito dal frontman Beppe Grillo, che il M5S fosse un partito “populista” o euroscettico, quando non è stato nemmeno per un secondo né l’uno né l’altro.

Il M5S è stata una opera di travisamento politico, un camuffamento deciso molti anni prima già ai tempi del Britannia, sul quale Beppe Grillo era a bordo presumibilmente per preparare già nel lontano 1992 il cantiere di una falsa opposizione che le élite ritenevano evidentemente necessarie.
Il grillismo e l’antipolitica da esso portata sono serviti come perfetto specchietto per le allodole, un vero e proprio straccio rosso da agitare di fronte agli occhi dell’uomo della strada che come un toro furioso ha caricato i costi della politica, il mitico barbiere di Montecitorio, senza considerare che i costi della politica UE sono infinitamente superiori a quelli nazionali.
L’establishment voleva proprio questo.
Voleva, semplicemente, che le masse si concentrassero su un falso bersaglio e la venuta di Conte è stato il segnale di un progressivo disvelamento e definitiva transizione del M5S che oggi è a tutti gli effetti una nuova SEL, ovvero la stampella di cui il PD ha bisogno per intercettare l’elettorato dei centri sociali e della sinistra radicale.
Il ruolo di Conte nel golpe “pandemico”
Conte oggi però torna al centro delle cronache probabilmente per ragioni che lui non avrebbe mai voluto.
Dopo un giro di comparsate presso alcune emittenti radiofoniche e un tentativo di “sbianchettatura” della sua immagine, l’ex avvocato del popolo è sempre più spesso protagonista di articoli di giornale che parlano delle torbide vicende occorse durante la farsa pandemica.
Giuseppe Conte è stato infatti l’uomo decisivo, colui che permise l’inizio di un vasto colpo di Stato che coinvolse in pratica tutti i livelli dello Stato, dal Quirinale in giù, in una operazione che sospese le libertà personali dei cittadini in nome di una falsa emergenza sanitaria.
Da palazzo Chigi, uscivano all’epoca i controversissimi dpcm, poco più che circolari ministeriali, attraverso i quali l’uscita dalla propria abitazione diventava di competenza del presidente del Consiglio, il quale sequestrò un intero popolo e una intera nazione, portandola alla rovina.

Conte firma i primi dpcm del marzo del 2020
Negli ospedali, veniva detto all’epoca, c’era il collasso, ma in realtà, come si dimostrò in diverse occasioni, anche da queste parti, gli ospedali erano vuoti, non c’era nessuna “congestione”, ma solo il terrorismo mediatico che spingeva con tutte le sue forze l’idea che ci fosse un letale agente patogeno nell’aria.
Conte è stato decisivo per seminare tale idea nell’opinione pubblica.
Sua infatti fu la decisione di non chiudere gli arrivi dal presunto epicentro “pandemico” di Wuhan e di consentire così l’arrivo di due misteriosi cinesi in Italia, probabili agenti dei servizi segreti cinesi, e bollati come portatori del Sars-Cov-2.
Se Conte nel marzo del 2020 era così “preoccupato” da sequestrare l’Italia per un virus influenzale, come mai nel gennaio del 2020 non si premurava nemmeno di impedire gli arrivi da quello che veniva considerato come il luogo della “infezione pandemica”?
Nel gennaio del 2020 evidentemente non gli interessava fare alcunché perché se i due cinesi non fossero mai giunti in Italia, allora non ci sarebbe mai stato il pretesto necessario per far credere che ci fosse una emergenza sanitaria e passare alla fase successiva del piano, quella del marzo del 2020, quando gli italiani dovettero assistere al macabro spettacolo delle bare di Bergamo.
Non c’era nessuna gestione di una emergenza sanitaria in corso.
C’era, semplicemente, una operazione militare, una operazione Lockstep, per citare il documento della famiglia Rockefeller, come confermato dai verbali pubblicati dal CTS, i quali rivelano come fosse la NATO a gestire la crisi in Italia.
C’era già nel gennaio del 2020 un fine prestabilito e c’era evidentemente anche nel novembre del 2019, quando Beppe Grillo venne convocato dall’ambasciata cinese, uno dei referenti del M5S assieme allo stato profondo americano, per ricevere probabilmente istruzioni in merito su ciò che stava per accadere.
Conte è stato l’uomo chiave della intera operazione perché in quegli istanti, almeno formalmente, il presidente del Consiglio era lui, da lui partivano le decisioni di rinchiudere gli italiani, e da lui partivano le decisioni di ordinare carichi di Midazolam dalla Germania, un farmaco utilizzato per l’eutanasia in Spagna, e somministrato ai pazienti di Bergamo affetti da altre patologie e trovati positivi al Sars-Cov-2 attraverso un tampone che sforna il 90% di falsi positivi.
Roma è divenuta, suo malgrado, uno dei centri nevralgici di una operazione mondiale che è sfumata solo perché le grandi potenze, su tutti la Russia, gli Stati Uniti e la Cina, dopo uno scontro tra Xi e la vecchia guardia comunista, decisero che il Grande Reset non doveva essere eseguito.
Giuseppe Conte e gli appalti delle mascherine
Oggi di quel colpo di Stato restano ancora le ferite inferte da una classe politica che non ha esitato nemmeno per un istante a consegnare gli italiani ai carnefici di Davos, ma soprattutto restano ancora diversi fantasmi del passato che aleggiano sulle teste di vari personaggi.
Tra questi, c’è indubbiamente Giuseppe Conte, che, improvvisamente, dopo anni, si ritrova al centro di uno scrutinio, seppur superficiale, relativo ad accuse piovute da diversi imprenditori, secondo i quali, l’ex presidente del Consiglio inviava i suoi uomini a fare pressioni per la vendita delle mascherine, per le quali gli emissari del leader del M5S avrebbero chiesto delle percentuali.
In questi giorni, i media hanno parlato molto delle dichiarazioni dell’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Conte, Fraccaro, che sapeva, apparentemente, che il governo stava importando mascherine apparentemente non a norma, anche se l’intera premessa seguita dalla commissione Covid è, ovviamente, fuorviante.
Prim’ancora di discutere dello standard delle mascherine, sarebbe stato necessario dire che le mascherine non avrebbero mai dovuto essere ordinate in prima battuta perché l’inefficacia del dispositivo sanitario contro i vari agenti patogeni è nota nel mondo sanitario, tanto che persino personaggi come Burioni, prima di fare imbarazzanti retromarce, affermarono che erano del tutto inutili.

Burioni ai tempi della inutilità delle mascherine
Il danno alle casse dello Stato è stato enorme, ma è stato un danno inflitto dal governo Conte perché la mascherina non assolveva ad una qualche funzione sanitaria.
La mascherina era un simbolo.
Serviva a veicolare l’idea che c’era nell’aria un misterioso “virus”, che fosse “contagioso” e che chi non la portava andava messo al pubblico ludibrio come affermava l’impresentabile De Luca.
La commissione Covid non tocca ovviamente quelle corde perché, se lo facesse, allora occorrerebbe necessariamente passare al piano superiore, quello che riguarda tutto l’impianto della farsa pandemica, a partire dal mancato isolamento del virus, confermato dai due virologi Drosten e Corman, e quello degli strumenti “diagnostici” utilizzati per accertarsi della positività, ovvero i test PCR, noti per la loro inaffidabilità.
Su tale terreno la commissione non entra, così come non apre l’interessantissimo capitolo di una visita, a dir poco singolare, di Giuseppe Conte, avvenuta nell’ottobre del 2019, ad una azienda, la Technogenetics, che produce proprio i test PCR, alla base di tutta il falso impianto “pandemico”.

Conte assieme a Salvatore Cincotti, AD della Technogenetics
Nessuno dei vari partiti in Parlamento si è chiesto cosa abbia portato Conte lì prima del colpo di Stato “pandemico”, perché tale territorio è troppo pericoloso per tutti, ma si preferisce invece spostare l’attenzione sulla gestione, comunque a dir poco opaca, degli appalti delle mascherine.
La liaison tra Conte e la Cina
Uno degli accusatori di Conte è un altro produttore di mascherine, la JC Electronics, amministrata da Dario Bianchi, vicino invece al centrodestra.
Bianchi si lamentò del fatto che l’allora commissario straordinario per l’emergenza, Domenico Arcuri – processato per abuso d’ufficio, e prosciolto per l’abrogazione del reato decisa dal governo Meloni – avesse bloccato la fornitura delle sue mascherine, alle quali furono invece preferite mascherine cinesi.

Domenico Arcuri
La somma sborsata dal governo Conte a fornitori stranieri è stata enorme, 1,25 miliardi di euro, finiti in società cinesi come la Luokai Trade Co. Ltd, la Wenzhou Light Industrial Arts & Crafts e la Zhongkai.
Società nelle quali confluiscono gli interessi economici della Cina e dei suoi oligarchi.
La liaison tra Conte e la Cina sembra essere comunque fondamentale per spiegare l’intera dinamica della farsa pandemica.
Non c’è dubbio che Pechino abbia ricevuto i maggiori benefici, soprattutto economici, dal governo Conte.
Oltre agli appalti dorati sulle mascherine ci sono quelli dei citati test PCR, poiché la citata società Technogenetics, è anch’essa nelle mani della Cina, e quindi ogni appalto della “pandemia” sotto l’esecutivo del governo giallorosso ha finito per arricchire capitalisti e oligarchi cinesi e forse anche qualcosa di peggio, se si pensa che le citate Luokai Trade Co. Ltd, e la Wenzhou Light Industrial Arts & Crafts destinatarie rispettivamente di 663 milioni di euro e di 590 milioni di euro per le mascherine, sono sotto molti aspetti anonime.
Nei registri commerciali non si riesce infatti a individuare con certezza i loro proprietari , e la Luokai Trade nemmeno esisteva fino a cinque giorni prima della maxicommessa decisa dall’esecutivo Conte.
Sono elevate a questo punto le probabilità che queste società siano solo fittizie, costituite solo per l’occasione per facilitare un enorme passaggio di denaro, gestito forse da uomini appartenenti alla mafia cinese.
Il governo Conte perciò, in tal caso, sarebbe stato il principale benefattore di una delle più vaste operazioni di finanziamento di anonimi affaristi cinesi, impegnati in varie attività illegali, a partire dal riciclaggio di denaro sporco.
Le tangenti Covid
SI tratta, appunto, della zona proibita sulla quale si diceva in precedenza, ma tale sottobosco porta necessariamente ad un altro capitolo ancora più spinoso, quale quello delle tangenti.
Secondo fonti di intelligence serbe, la farsa pandemica è stata un’enorme ruberia, una infinita serie di appalti truccati che i vari governi hanno indetto pur di arricchire determinati personaggi all’estero, senza però rinunciare ovviamente a cospicue tangenti.
C’era un sistema ai tempi della farsa pandemica nel 2020-2022 che ha portato molti politici italiani a ricevere grosse mazzette depositate su conti offshore.
Secondo le citate fonti di intelligence, uno dei principali destinatari di queste tangenti è stata la banca Warwyck, con sede sulle isole Mauritius.

La banca Warwyck presso le isole Mauritius
Da fuori la banca Warwyck potrebbe essere scambiata per un qualche palazzo in stile coloniale, mentre all’interno risultano esserci grossi passaggi di denaro e transazioni finanziarie di tutto rispetto.
Il paradiso tropicale bagnato dall’Oceano Indiano era già finito qualche tempo fa al centro di varie vicende di corruzione, anche se oggi gli organi di stampa non si interessano più di tali vicende dell’isola, sulla quale risultano esserci molti fondi derivati da operazioni illecite.
Nè la magistratura né la commissione Covid si stanno minimamente interessando della questione delle tangenti versate ai politici per il rilascio di appalti a dir poco opachi.
Il centrodestra ha provveduto a risarcire Bianchi con la cospicua somma di 100 milioni di euro, anche se il processo per il risarcimento non è ancora concluso, una fretta dettata, secondo taluni, dal fatto che l’imprenditore è finanziatore di Fratelli d’Italia.
Gli scandali della farsa pandemica restano perciò ancora lì, sepolti da un tappeto di omertà che nessun partito vuole andare a toccare, pena una spirale autodistruttiva incontrollabile, salvo il recente interesse di alcuni organi di stampa per le commissioni sulle mascherine del governo Conte.
Gli equilibri sono a dir poco fragilissimi.
Se cade solo un tassello del colpo di Stato pandemico, gli altri gli faranno subito seguito.
Conte intanto resta lì, assorto e preoccupato da quei fantasmi del passato che ritornano.



